Una tournée trionfale nel Sol Levante. Quella del «Satiro danzante», l'opera più vista all'Expo Universale di Aichi, in Giappone, che chiuderà domani. Tre milioni gli ingressi al Padiglione Italia per il fanciullo di Mazara del Vallo. Ma prima ancora il bronzo siciliano erano stato esposto al Museo Nazionale di Tokyo: 80 mila gli spettatori in due settimane. E a Roma, a Montecitorio, calamità due anni fa migliaia di fans. Com'era avvenuto per i Bronzi di Riace. A riportare il ballerino di 2400 anni fa a casa sarà il ministro per i Beni Culturali, Buttiglione. partito ieri per il Giappone. Presenzierà alla cerimonia di chiusura della mostra e donerà al vescovo di Nagoya, padre Nomura, le monetine lanciate nei sei mesi di esposizione dai visitatori giapponesi nella vasca del Padiglione Italia che simboleggia il Mediterraneo. 15 milioni di euro l'investimento del nostro Stato per la rassegna, 600 mila euro spesi per la movimentazione del Satiro. Un onore ripagato dal ritorno mediatico regalato dalla statua, che fa da volano a investimenti e interesse turistico per il Bel Paese e inorgoglisce Buttiglione. Il Satiro ritornerà in Sicilia, a Mazara del Vallo, ad ottobre. Subito dopo la chiusura dell'Expo, i tecnici dell'Istituto Centrale del Restauro lo imballeranno in una speciale «armatura» in fibra di carbonio, a garantire la sicurezza durante il trasporto. A Mazara del Vallo lo aspettano come una star. Un entusiasmo che replica, appunto, quello per i guerrieri di Riace, i personaggi che animarono, con l'esposizione al Quirinale voluta da Pertini, il primo grande evento mediatico dell'italica arte. Un'altra cosa insegnarono i Bronzi: i reperti antichi vanno esposti nel luogo di origine. Per ottenere le statue trovate nel mare calabrese i reggini fecero una rivoluzione. E vinsero. Analoga guerra, con sequestro dei reperti e barricate, avvenne per i Bronzi di Cartoceto, contesi da Pergola, piccolo comune marchigiano nel cui territorio erano stati trovati, al Museo Archeologico di Ancona. Per il «Satiro», invece, nessuna battaglia. La politica dei Beni culturali si nutre ora della filosofia del decentramento. Per rivalutare l'Italia «minore».