La nuova sistemazione dell'Ara Pacis offre un dato, forse l'unico, su cui tutti potrebbero trovarsi d'accordo. Quel monumento uno dei più importanti dell'intera storia dell'arte universale è ora salvaguardato da una struttura tecnicamente all'avanguardia, che lo protegge dall'inquinamento, dall'escursione termica, dal rischio sismico e dalle vibrazioni provocate dal traffico. Per raggiungere questo risultato sono state spese somme ingenti e impiegate competenze sofisticate. Questo dovrebbe essere motivo di comune soddisfazione. Ma le polemiche, come sappiamo, riguardano quasi tutte l'edificio di Richard Meier, il suo pregio artistico, la validità della sistemazione dell'intera zona, la lunghezza dei lavori e i loro costi. Per giudicare con un minimo di serenità è utile ripensare alle origini. Alla base di tutto c'è un regime con la sua ideologia. Anche le cattive ideologie possono produrre belle opere d'arte, ma nel caso di piazza Augusto Imperatore non è stato così. Per creare la piazza come oggi la vediamo - nel segno della simbiosi tra il più grande imperatore romano e il duce del fascismo furono distrutti un bel teatro e il quartiere circostante, fu raschiato e messo in vista quel poco che restava di un imponente mausoleo romano, furono costruiti su due lati della piazza imponenti e algidi edifici moderni recanti solenni iscrizioni latine, mentre su un altro lato fu trasferita l'Ara Pacis. Quest'ultima fu quindi incapsulata in un hangar di cemento di valore architettonico quasi nullo (anche se attribuito a Morpurgo). Nel dopoguerra, l'aumento del traffico sul Lungotevere ha fatto della piazza un luogo malsano e inquietante, da attraversare alla svelta. La delusione, già all'epoca, fu enorme. La conquista dell'Etiopia si era conclusa trionfalmente, Mussolini si atteggiava a nuovo Augusto e come tale era celebrato in Italia e all'estero, la Mostra augustea della romanità aveva avuto uno straordinario successo, ma tutti questi fasti contrastavano con la modestia di quel risultato urbanistico. Invece di "giganteggiare" come avrebbe voluto il duce, il mausoleo giaceva infossato e i suoi ruderi apparivano spenti e sovrastati dai nuovi edifici fascisti. Per ridurre l'imbarazzo, fu trasformato in una collinetta verdeggiante, mentre le chiese vicine sembravano piovute dal nulla. L'operazione era stata particolarmente azzardata, ma il suo fallimento esprime un aspetto critico del rapporto complessivo tra il fascismo e l'antica Roma. Come era possibile conciliare il mito romano con la modernità? Mussolini e i più colti tra i fascisti non nascosero mai il timore che il culto della romanità fosse inteso come il segno di un'ideologia arcaicizzante, nemica del nuovo, incap'ace di progettare il futuro. Per questo raccomandavano di evitare formule come "ritorno alla romanità", "restaurazione della romanità" e simili, che suggerivano un'attitudine passiva e occultavano la dimensione creativa di un regime che pretendeva addirittura di attuare una vera e propria rivoluzione antropologica. Come disse Bottai in un celebre discorso del '39: «Noi non vogliamo tanto informarci su Roma, quanto formarci da Roma: formarci per un'applicazione attuale, modernissima, della sua energia unificatrice, coordinatrice, disciplinatrice». Questo problema, assolutamente centrale, non trovò una soluzione coerente nell'ideologia fascista. Esso si ripresenta, altrettanto irrisolto, nell'architettura del ventennio. Indipendentemente dal giudizio sulle singole opere, l'architettura fascista mostra ovunque una cronica incapacità di stabilire un dialogo ravvicinato e armonico tra i monumenti antichi e quelli contemporanei. In un quartiere come l'Eur, dove l'impianto complessivo e i monumenti variamente ispirati alla romanità sono stati concepiti in uno spazio vergine, l'evocazione dell'antica Roma ha una sua coerenza. Invece nei centri storici di molte città italiane le due fasi collidono più che dialogare, segnalando ferite tuttora aperte. Se il grande edificio del Palazzo del Littorio fosse stato costruito come si era deciso in un primo momento nella zona dei Fori Imperiali, Roma esibirebbe oggi un'altra drammatica e vistosa testimonianza dello stesso fenomeno che constatiamo in piazza Augusto Imperatore. Per quanto sia difficile giudicare allo stato attuale dei lavori, sembra che il progetto del nuovo complesso museale dell'Ara Pacis tenti comunque un'impresa intelligente e audace. Quella di sostituire all'estetica fascista della selezione (Roma antica e il presente, quasi senza mediazioni) un'estetica della totalità che ben si addice alla più stratificata città del mondo. Invece di ripudiare e distruggere, come qualcuno ripete, una fase importante della storia dell'architettura italiana, le forti citazioni "razionaliste" dell'edificio di Meier si legano con i palazzi fascisti circostanti. Ma l'edificio dialoga al tempo stesso con il mausoleo e con le chiese. L'effetto è sorprendente per chi osservi la piazza attraverso le grandi vetrate della sala principale. E' un dialogo di stili, di volumi, di colori e di materiali che dovremmo intendere anche come la prima fase del ripensamento totale di uno dei più tormentati scenari della Roma contemporanea.
Quando il duce faceva Augusto
La sistemazione dell'Ara Pacis è stata realizzata con una struttura tecnica avanzata per proteggere il monumento dall'inquinamento e dalle vibrazioni. Tuttavia, le polemiche riguardano l'edificio di Richard Meier, il suo pregio artistico e la validità della sistemazione dell'intera zona. La piazza Augusto Imperatore è stata creata con la distruzione di un teatro e un quartiere circostante, e la trasferimento dell'Ara Pacis in un hangar di cemento. Nel dopoguerra, l'aumento del traffico ha reso la piazza un luogo malsano.
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