Non importa che arrivi da New York, che abbia ricevuto riconoscimenti in tutto il mondo, che nel suo studio lavori uno stuolo di 50 architetti, che per la sua creatività avrebbe ricevuto fino ad oggi circa un milione di euro... Fatto sta che il progetto firmato Richard Meier - esponente del filone ultramodernista ma che prima d'ora mai si era cimentato in progettazioni per i centri storici - per restituire l'Ara Pacis all'umanità, non piace. E se a dirlo non sono soltanto i politici - come il vice ministro ai Beni Culturali, Antonio Martusciello, e di Vittorio Sgarbi - ma un collega di altrettanta fama internazionale, qualche dubbio nasce. «La vera questione», ha spiegato con una nota l'architetto Leon Kriér, «è che tutti gli architetti sono accomunati dalla stessa pretesa: operare nei centri storici». Kriér non è un architetto qualunque. È consulente per l'urbanistica del principe Carlo d'Inghilterra, è docente alla Princeton University, sostenitore dell'architettura tradizionale. È considerato uno dei massimi architetti di epoca moderna, fautore del movimento Usa"New Urbanism". «Esiste una strategia che viene da lontano», prosegue, «nasce dalla Carta di Venezia, dalla maggior parte degli architetti nemmeno conosciuta ma diventata "legge" grazie al monopolio detenuto dalla cultura modernista, per cui ogni intervento contemporaneo non deve confondersi con la storia». In pratica, deve lasciare il segno. Come quello lasciato da Meier. Ed è su questo punto che Kriér puntualizza: «Il nuovo museo dell'Ara Pacis è la diretta conseguenza dell'applicazione di questo principio, vera e propria dichiarazione di guerra ai centri storici». E ancora: «Come per i Fori Imperiali di Fuksas, Meier, ma anche Gregotti, attuano la provocazione per dimostrare che sono gli unici a poter intervenire nei centri storici secondo la Carta di Venezia». Senza lasciare spazio a professionisti esperti di centri storici «come Paolo Marconi». Insomma, al centro della disputa c'è l'applicazione alla lettera dell'art. 9 della Carta di Venezia, che dal 1964 detta le regole su "conservazione, restauro dei monumenti e architettura". C'è scritto: «Sul piano della ricostruzione congetturale qualsiasi lavoro di completamento... dovrà recare il segno della nostra epoca». È qui che i due architetti si dividono. Da una parte Kriér che, in fatto di restauro, sembra non amare troppo il "disegno moderno sull'antico" che crea un falso storico. Dall'altra Meier che definisce il suo progetto ricco di «luminosità» e «dinamicità», «uno degli spazi più dinamici del XXI Secolo». L'esatto contrario di quanto avrebbero immaginato Kriér o Marconi. Dalla parte dell'architetto lussemburghese c'è una larga fetta della politica capitolina di centrodestra, stanca dei continui lavori e di progetti visti e rivisti sul monumento. Per non parlare dei soldi spesi fino ad oggi. «Fiumi di parole, modifiche e denaro della collettività sull'Ara Pacis. Viene ferita un'importante area storica della capitale che tutto il mondo ci invidia», denuncia Sergio Marchi, capogruppo di An. E sul concorso internazionale lanciato da Veltroni per riqualificare piazza Augusto Imperatore e il mausoleo di Augusto non sono dolci le parole di Fabio Rampelli. «Veltroni, cui non difetta la furbizia», sottolinea il capogruppo regionale di An, «alza una cortina fumogena della potenza di 40 milioni di euro per tentare di nascondere ai romani e al mondo intero l'orribile stupro rappresentato dalla nuova teca contenente l'Ara Pacis». Tutti sono d'accordo su una cosa: il sindaco non vuole far tesoro degli errori commessi da lui e dal suo predecessore Rutelli: far precedere l'architettura all'urbanistica. «Le polemiche sono spesso fuori misura», aveva anticipato nel pomeriggio l'assessore alla Cultura Gianni Borgna spiegando che «l'intervento è stato motivato da assoluta emergenza» e prendendosela con Mussolini in quanto prevedeva che «questi monumenti dovevano rimanere isolati».