I più spiritosi hanno coniato l'acronimo Ecate per Estinzione Controllata degli Archivisti con Tecniche Efficaci. Appropriato è poi il riferimento a Ecate, la dea greca delle ombre e dell'Oltretomba gli archivi italiani rischiano davvero di rimanere al buio. Non in senso metaforico, ma perché il budget stabilito dall'ultima finanziaria è realisticamente insufficiente per pagare le bollette della luce. I tagli investono anche acqua, pulizia, nettezza urbana, riscaldamento, manutenzione, telefono, che poi significa fax e internet. Oltre che ciechi, muti e sporchi: pressappoco questa la condizione che, nell'era della comunicazione globale, grava minacciosa sui principali archivi. Più che normali riduzioni, quelli imposti di recente dal ministro Giulio Tremonti e incassati dal suo collega Giuliano Urbani, sono dimezzamenti tra il quaranta e il cinquanta percento (rispetto ai fondi dell'anno precedente). Pesanti decurtazioni che investono i cosiddetti capitoli di funzionamento, ossia le voci necessario alla sopravvivenza le somme erogate coprono tra il quaranta e il sessanta per cento del fabbisogno reale). S'arriva così al paradosso che il paese con il patrimonio documentario più ricco del mondocentocinquantotto tra Archivi di Stato e Soprintendenze archivisticherischi di veder chiusi i propri scrigni della memoria. Non è questione da poco. «In un milione e mezzo di metri lineariquesta la misura del materiale complessivosono nascosti i sentieri più insondabili della nostra identità nazionale», dice Ferruzzo Ferruzzi, vicepresidente dell'Anai (l'associazione nazionale archivistica italiana). «Soffocare questi istituti significa cancellare la storia del paese». Storia dell'età comunale, delle Repubbliche e degli Stati preunitari, ma anche di famiglie e personaggi illustri,"di enti religiosi e laici. «Granai di fatti», li definivano gli storici delle Annales. Granai minati oggi dalla distruzione. Come se, ancora una volta, incombesse la profezia del Frankurter Allgemeine Zeitung «I Talebani, distruttori della propria memoria storica, governano Roma» significativamente adottata da Salvatore Settis nel suo Italia Spa, un libro sull'assalto al patrimonio culturale (Einaudi). «Se vogliono sopprimerli, lo dicano apertamente», è la sfida della presidente Isabella Orefice, che per la prima settimana di maggio destinata alla festa dei Beni Culturali sta preparando in segno di protesta una sorta di "contromanifestazione" . Ovunque infuria la rivolta. Da Torino a Napoli, da Milano a Siena, da Firenze a Perugia e Roma, i direttorimeglio, le direttrici dei principali archivi italiani lamentano i nefasti esiti dei tagli, A Torino, Isabella Massabò Ricci ha già fatto un ordine di servizio in cui vieta ai dipendenti l'uso del telefono, non solo per uso privato, ma anche per comunicazioni di lavoro. Se proprio serve c'è il fax, che è meno oneroso. "Non ci rimane che il piccione viaggiatore" scherza la direttrice, da oltre vent'anni a guida dell'Istituto, un patrimonio documentario che da Carlo Magno arriva alla contemporaneità. «Quando cominciai, nel 1968, l'Archivio di Torino era un ammasso di polveri e calcinacci. Ingaggiai, perdendola, una guerra contro i pidocchi. Da allora ho lavorato mattina e sera per riportarlo all'onor del mondo. Oggi è un modello in Europa. Ma perché lo devo veder regredire, giorno dopo giorno, alle condizioni originarie?». All'archivio di Siena, quindici chilometri di scaffali dal 736 al 1950, si lava e si spolvera a giorni alterni. Dice Carla Zarrilli, direttrice dal 1979: «Sono stata costretta a chiedere alla ditta di pulizia di ridurre il servizio. A questo punto la scelta è se pagare la luce o l'acqua». Il danno di immagine è enorme. «Il nostro archivio è frequentato dagli storici dell'arte di tutto il mondo,Uno studioso olandese, pur di evitare la chiusura della sala studio, mi ha proposto un'offerta in danaro». Siamo già alla questua? «Se non arrivano stanziamenti straordinari», dice Maria Barbara Berlini, direttrice dell'Archivio di Milano (custode della pergamena più antica), «a giugno sarò costretta a chiudere. Privando il nostro personale di bagni, riscaldamento e luce, andiamo incontro a una denuncia. Gli ultimata gli aggravano una condizione già precaria: a Milano non siamo più in grado dì accogliere i materiali del Novecento. È a rischio la memoria del secolo scorso». Identica situazione a Napoli, dove le risorse erano già insufficienti. «Per le spese di funzionamento», dice la direttrice Felicita De Negri, «dispongo poco più di 88.000 euro: per la sola pulizia ne avevo chiesto 69.000». Il suo archivio conserva la memoria del Regno delle Due Sicilie, oltre che svolgere una funzione civile: i discendenti degli emigranti vi ricorrono per ricomporre l'albero genealogico e ricevere la cittadinanza.«Due sedi per un totale di diecimila metri quadrati. Un pubblico numerosissimo e un personale adeguato. Con questo badget è impossibile sopravvivere». A Perugia,la direttrice Giara Cutini ha ottenuto fondi inferiori alla metà della cifra richiesta. A Firenze ci informa la direttrice Rosalia Manno Tolu il taglio oscilla tra 51 cinquanta e il sessanta per cento rispetto al precedente finanziamento. Dice Paola Crucci, autorevole membro del consiglio internazionale degli archivi: «II caso italiano è tra i peggiori in Europa». La logica sottesa ai tagli È che non merita investimento ciò che non produce profitto. «Come se non fosse già un dato economico di per sé la conservazione della cultura», obietta Isabella Massabò Ricci, in polemica con "l'economicismo" che domina anche i beni culturali. «L'alibi di cui dispone il governo», dice Ferruzzi dell'Anai, «è che l'ingresso dei privati potrebbe porre rimedio ai tagli dello Stato. In realtà sanno benissimo che",a differenza dei musei, gli archivi non hanno un'immagine pubblica di particolare fulgore. Soprattutto in Italia, dove spesso vengono sviliti a magazzini di scartoffie». All'appello Sos per gli archivi, firmato dai principali direttori d'Italia, Giuliano Urbani non ha ancora risposto. Dal ministero è uscita soltanto una laconica nota del direttore generale Salvatore Italia. «Nessun rischio di chiusura. L'esigenza di preservare l'immenso patrimonio archivistico è stata comunque rappresentata ai responsabili politici». Con quali risultati? Perii momento alle direttrici non rimane che attendere. Le sorregge una fiducia prossima alla sfida.«Rinfrancata dalle parole del professor Italia», dice la Massabò Ricci, «ho rinnovato i contratti con tutti i fornitori. Poi si vedrà». Sempre che l'Enel non stacchi la luce.
ALLARME ARCHIVI - Il governo taglia i fondi anche per luce e telefono
I principali archivi italiani rischiano di rimanere chiusi a causa dei tagli imposti dal governo. Il budget stabilito dall'ultima finanziaria è insufficiente per pagare le bollette della luce, acqua, pulizia, nettezza urbana, riscaldamento, manutenzione, telefono e internet. I tagli investono i "capitoli di funzionamento", ossia le voci necessarie alla sopravvivenza, che coprono tra il 40 e il 60% del fabbisogno reale. Questo significa che i dipendenti degli archivi devono fare scelte tra pagare le bollette o mantenere le attività. I direttori degli archivi lamentano la condizione precaria in cui si trovano, con meno risorse e personale.
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