Il '900 si è aperto per l'arte sotto il segno dell'euforia, in un rincorrersi di avanguardie, idee e provocazioni, ma troppo cinismo e troppa contestazione hanno finito per trascinarla nel baratro di un progressivo cupio dissolvi. Ad approfittare delle ceneri di quella Belle Epoque, è stata l'architettura che ha conquistato la scena con edifici sempre più simili a opere d'arte, le cosiddette «archisculture»: ponti, palazzi, musei, riconoscibili da lontano, spettacolari icone come il Museo Guggenheim di Bilbao o la Walt Disney Concert Hall di Los Angeles, entrambi progettati da Frank O. Gehry. Eppure, nel momento in cui le amministrazioni, in prima fila le più provinciali in cerca di visibilità, si ostinano a chiedere nei concorsi edifici che «possano essere di riferimento, simboli riconoscibili che promuovano il senso d'identità», si avvertono vistosi segnali di cambiamento e una riscossa dell'arte. La Banca svizzera italiana che chiama quattro artisti a realizzare altrettanti piani della propria sede, ma anche le stazioni della Metropolitana di Napoli la cui identità è segnata dalle opere di Kounellis, Pistoletto, Ontani o Sol Lewitt; il Centro culturale svizzero, a Parigi, completamente occupato e «ristrutturato» con lo scotch da imballaggio da Thomas Hirschhorn; gruppi di artisti, come l'olandese Atelier van Lieshout che progettano fantasiose case, bar, cliniche, o come il duo austriaco Granular Synthesis che crea architetture di luci e suoni. E ancora l'islandese Olafur Eliasson che ha trasformato il grande atrio centrale della Tate Modern in un ambiente di luce-benessere. Gli artisti, insomma, si stanno riprendendo il terreno sottratto loro dall'architettura, come si è visto anche ad Art Basel, la più importante fiera d'arte contemporanea del mondo, dove la maggiore attrazione è il padiglione «Art unlimited» nel quale sono esposte stanze-installazioni così grandi che non troverebbero spazio né in gallerie né in musei. «In realtà l'arte non ha mai smesso di essere creativa», dice Deyan Sudjic, curatore della Biennale di Architettura nel 2002. «Semplicemente, nella seconda metà del XX secolo è stata meno visibile, ma ci sono sempre stati cicli di andata e ritorno che vanno dall'austerità all'eccesso». Non ha dubbi nemmeno Achille Bonito Oliva che per primo, già nel 1973, celebrò il «matrimonio morganatico fra arte e architettura» con la rassegna Contemporanea allestita nel parcheggio di Villa Borghese, appena costruito. «L'arte è una grande madre silenziosa, una sorta di Fenice sotto traccia, che dispensa modelli formali poi riciclati e amplificati dai linguaggi di massa come il cinema e l'architettura. Addirittura, possiede una maturità che non appartiene agli altri linguaggi e si può quindi permettere di avere anche minore visibilità perché incide lo stesso sistematicamente su tutto quello che abbiamo intorno. Se l'architettura è riuscita a mettersi in mostra lo deve al fatto di aver succhiato modelli linguistici dell'arte». Si tornerà quindi ad un'architettura meno gridata, che tenga conto del contesto urbano invece che attrarre solo attenzione su di sé? «Un buon lavoro di architettura è un esercizio di equilibrio dice Deyan Sudjic . Se si sbilancia troppo sull'immagine, finisce per non farsi più carico della sua funzione e questo, alla fine, è un processo autodistruttivo. L'attuale rincorsa verso il sensazionalismo sta conducendo ad una iperinflazione, l'equivalente della svalutazione monetaria. Forse come il Liberty, che ebbe una fioritura breve al volgere del secolo scorso, anche la moda architettonica attuale gode di un grande successo proprio perché è sul punto di scomparire». Da Roma, dove grandi artisti come Raffaello, Michelangelo o Bernini sono stati anche grandi architetti, gli fa eco Achille Bonito Oliva: «La mia profezia è che la crisi economica e tutte le altre crisi che ci sono intorno ridimensioneranno la superbia dell'architettura, mentre l'arte continuerà nei suoi sconfinamenti».