Tadao Ando aveva 14 anni quando costruì la sua prima casa. E fu subito architettura. Da quel giorno, per il giovane autodidatta che, con il solo aiuto di un carpentiere, «addiziona» un piano alla casa di legno dove vive con la nonna in uno dei quartieri più popolari di Osaka, ogni progetto diventerà una sfida impossibile. Come ora, cinquant'anni dopo, il progetto di creare a Venezia un museo di arte moderna e contemporanea: innanzitutto dando un nuovo volto al celeberrimo Palazzo Grassi e poi ristrutturando anche la Dogana da Mar, nel bacino di San Marco. L'idea è di un altro autodidatta della vita, Francois Pinault, francese, anzi bretone, figlio di contadini poveri, boscaiolo da giovane, poi commerciante di legname e ora l'uomo più ricco di tutta la Francia, dominatore della grande distribuzione: i suoi gioielli portano il marchio Printemps, Fnac, Gucci, Christie's, è proprietario del settimanale Le Point, azionista di Le Monde, amico discreto ma sentito del presidente Jacques Chirac. Unica debolezza conosciuta, la passione per l'arte. Opere del Novecento, da Picasso a Cattelan, da Mondrian a Jeff Koons, da Mirò a Bill Viola, da Picabia a Richard Serra, più di mille o forse il doppio, scelte e raccolte con l'ambizione di reggere il confronto con i più prestigiosi musei del mondo. Ma il percorso che ha portato Pinault a Venezia è stato accidentato. Perché, più che un nuovo museo, la Fondation Pinault si propone come un modello rivoluzionario per l'arte contemporanea. Massimo Cacciari, di nuovo sindaco di Venezia, paragona l'insediamento in laguna di Pinault nientemeno che alla nascita della Biennale arte più di 100 anni fa. Una mutazione culturale ben più profonda dell'influenza esercitata -dall'arrivo di Peggy Guggenheim sul Canal Grande a Palazzo Venier dei Leoni nel 1949, e di Giovanni Agnelli a Palazzo Grassi nel 1984. La storia è lunga, Ed è infatti proprio dal campo San Samuele che ricomincia. Lo si capisce subito quando Pinault annuncia il 9 maggio 2005 di aver comprato proprio Palazzo Grassi per 29 milioni di euro. L'annuncio fa seguito a un «fallimento» parigino. L'idea originaria era infatti di costruire il museo di Pinault all'ile Seguin, nella vecchia fabbrica Renault di Billancourt. Ma il progetto di Tadao Ando, tutto trasparenze luminose come fosse stato disegnato dalla luce e dal vento, già mostrato come un capolavoro alla Biennale architettura del 2003, viene abbandonato in seguito alle lentezze della burocrazia francese. La polemica scuote la grandeur transalpina. Il ministro della Cultura, fuori tempo massimo, propone di ospitare le opere al Palais Tokyo. Per il New York Times, caustico, Parigi può ringraziare la sua «adorata burocrazia». Le Monde è costernato: «Attenzione Parigi: il tuo patrimonio scappa». Liberation, con malignità, sottolinea che comprando Palazzo Grassi per la sua collezione Pinault risparmia 120 milioni di euro. E infatti subito dopo, con l'intelligente complicità di Cacciari, Pinault raddoppia la posta e acquisisce anche Punta della Dogana. «Sono venuto per imparare dagli italiani» diceva con timidezza, in un francese sobrio, mentre visitava a giugno la Biennale d'arte, puntando le opere con un colpo d'occhio e prendendo nota con puntiglio. E a chi voleva ascoltarlo, smentendo la fama di uomo brutale e poco disponibile, era pronto a raccontare le grandi linee di un progetto di cui solo ora si comincia a intravedere tutta la reale portata. Fra il miliardario bretone e l'architetto giapponese c'è molto in comune, fin dalla leggenda delle origini. Se a Tadao fu preferito alla nascita il fratello gemello, il piccolo François era costretto a difendersi con le unghie, e soprattutto con i denti, dai compagni di classe che lo mettevano alla berlina tanto per la sua taglia minuscola quanto per il suo pessimo francese, marchiato da un pesante accento bretone. E se Pinault ha combattuto in Algeria per 30 mesi, proprio nel momento in cui infuriava la battaglia, Ando a 17 anni si è fatto pugile e per 15 volte è salito sul ring da professionista. Quando poi pensa di diventare architetto, illuminato a distanza dal genio di Le Corbusier, decide di attraversare il mondo per conoscerlo di persona, dopo aver copiato e ricopiato all'infinito i suoi disegni. Si imbarca a Yokohama. Poi, attraversa la transiberiana, Pechino-Mosca-Berlino. Dieci giorni dura il viaggio prima di arrivare a Parigi nel settembre del 1965. Le Corbusier è morto un mese prima. Anche per Pinault la fortuna non è frutto del caso. Consapevole di essere arrivato molto in ritardo fra i grandi mecenati dell'arte mondiale, ha pian piano affinato una dote molto particolare, l'unica che può fare grande un collezionista: vedere il futuro nel presente. Un'attitudine che non si impara nelle «grandes écoles» ma si forgia sul campo. E il gusto di Pinault, «fatto di mille disgusti» come diceva il poeta Paul Valéry, ha un'inclinazione per i sentimenti ruvidi, le dissonanze estetiche. Così come ha ribaltato le gerarchie sociali scalando i vertici del capitalismo europeo, sa che se vuole lasciare un segno nella storia del collezionismo deve sfidare i valori consolidati del gusto contemporaneo, Le sue predilezioni per il crudo erotismo di Cindy Sherman, per la durezza di Damien Hirst, per le provocazioni di Jeff Koons oppure di Maurizio Cattelan ci dicono che le scelte di Pinault si stanno indirizzando verso la modernità radicale dell'arte contemporanea. Forse è proprio per questo che, nel maggio scorso, si è potuto pennettere di vendere uno straordinario Robert Rauschenberg, Rebus del 1955, al Moma di New York per 30 milioni di dollari (più o meno il prezzo di Palazzo Grassi). Perché Pinault sa anche vendere. Per ricomprare e così cambiare in continuazione il volto dell'intera collezione. Nessuno può dire di cosa si tratti. Una parte dei quadri storici, come l'eccezionale Picasso della sala da pranzo, si vedono nella casa di Parigi. La parte contemporanea a Saint-Tropez. Ma la maggioranza delle opere è ancora negli studi dei pittori, nei depositi dei mercanti e galleristi, nei caveaux blindati delle banche. In realtà fino a oggi la collezione si può dire che esista solo nella mente del suo proprietario. A Palazzo Grassi i lavori sono già in corso per mettere in opera i progetti di Tadao Ando. Si è cominciato dal teatrino settecentesco, che sarà con tutta probabilità integrato all'intera area espositiva, ignorato dal precedente restauro di Gae Aulenti, l'architetto italiano preferito da Giovanni e Marella Agnelli. Ma ben presto tutto il palazzo sarà rivoltato da cima a fondo. Le tanto bistrattate travi color pistacchio, le pareti rosate, i colori pastello, le velette dell'Aulenti saranno le prime vittime delle nuove scelte dell'architetto giapponese. Tutti gli spazi saranno completamente trasformati. Sebbene Ando sia un architetto che lavora su suggestioni minime, sebbene possa essere considerato un mistico della leggerezza, un poeta del cemento armato, un visionario delle trasparenze, le sue architetture sono pensate e realizzate con l'idea di lasciare un segno forte. Riuscirà a conciliare il suo minimalismo con la magniloquenza del Settecento veneziano di Palazzo Grassi? Lo si scoprirà all'inizio della prossima primavera, quando tutto dovrà essere pronto per la prima mostra del nuovo corso. Il fitto brusio dei professionisti dell'arte moderna aveva accreditato l'idea di una antologica shock di Maurizio Cattelan. Qualcuno, più sommessamente, prevedeva una storicizzazione dell'arte povera. Ma Pinault ha preso una decisione tanto ovvia quanto grandiosa. Sarà lui l'oggetto della scelta antologica. Cioè la sua collezione, prima di essere definitivamente sistemata alla Dogana. E sarà la consacrazione museale della sua « opera» intitolata appunto Fondation Pinault. Al pari di Gustave Flaubert che rispondeva a chi gli chiedeva conto della sua eroina: «Madame Bovary c'est moi» (Madame Bovary sono io). Rifare? Perché no? Gae Aulenti, autrice della precedente ristrutturazione, non ne fa un dramma «Tadao Ando è un bravissimo architetto e dopo 20 anni si può cambiare» dichiara a Panorama Gae Aulenti, l'architetto autore della precedente ristrutturazione del palazzo veneziano, che ora verrà messo nelle mani del collega giapponese. «Ma non bisogna dimenticare che in questi 20 anni Palazzo Grassi è stato un'istituzione gloriosa, che ha avuto rapporti con i maggiori musei del mondo. Auguro alla nuova gestione, per i prossimi 20 anni, altrettanti successi».