La presidenza del Castello di Rivoli è vacante dal 13 dicembre, giorno della scomparsa di Fiorenzo Alfieri. Sono ormai trascorsi tre mesi. Il 19 febbraio scorso è scaduto il termine per candidarsi a quella poltrona. L'avviso di «evidenza pubblica» che invitava i cittadini a proporsi era stato pubblicato sul sito della Regione il 28 gennaio, senza particolare rilievo. Una semplice formalità, via. In realtà, subito dopo la dipartita di Alfieri s'era avviata la normale procedura (quella vera) per la successione. Procedura del tutto corretta ai sensi dello Statuto che all'art. 20 non prevede alcuna evidenza pubblica, tanto meno nel caso che s'è purtroppo verificato a Rivoli. Sta scritto infatti: «Se dalla carica cessa il Presidente o uno dei Consiglieri, il Consiglio provvede a sostituirlo con propria deliberazione di cooptazione, sentito il Presidente della Giunta Regionale». Stop. Nessun cenno a bandi, evidenze e affini. Sicché ai primi di gennaio l'assessore Poggio interpella alcuni papabili e quindi, con la benedizione del CdA, convince Francesca Lavazza ad accettare l'incarico. Scelta impeccabile: si tratta di una figura di qualità, nota e rispettata nell'ambiente internazionale dell'arte contemporanea. Combinazione, in attesa dell'ufficialità, io lo vengo sapere per vie traverse, e com'è mio dovere il 22 gennaio lo anticipo qui, sul Corriere. Ma intanto entra in azione l'Ucas, Ufficio complicazione affari semplici. Non vorremo mica che il mite Cirio passi per un despota? Non sia mai. Scatta la pregiudiziale della «procedura di evidenza pubblica» per qualsiasi nomina, anche per quelle tipo la presidenza di un ente culturale che non la prevedono né per legge, né per statuto. È una pregiudiziale antica quanto inesplicabile, che si tramanda di giunta in giunta senza che nessuno capisca su quali presupposti legali essa poggi. Sollecitare i cittadini a candidarsi per quel genere di cariche ha una sua suggestione di apparente democrazia, ma in punto di diritto la nomina resta a discrezione del governatore regionale e del CdA. Il governatore indica, e il Consiglio d'amministrazione coopta. Fine del gatto. Però una tradizione è una tradizione, e non risparmia certo il Castello di Rivoli. Quindi tutto si ferma, il 28 gennaio pubblicano la «call», aspettano le improbabili candidature, e dal 19 febbraio sono lì che fingono di ponzarci su. Spero che al più presto nominino Francesca Lavazza, e la piantino di fare i cacadubbi. Sono gli effetti stravaganti della bandomania che da qualche anno imperversa nelle pubbliche amministrazioni. A sindaci e presidenti di Regione non par vero di esibire una «trasparenza» del tutto formale e al tempo stesso sgravarsi della responsabilità politica di piazzare un imbecille sulla poltrona sbagliata. Il bando, se onesto, ha un senso per le cariche operative ad esempio la direzione di un museo che presuppongo specifiche competenze accertate da un'apposita commissione. Inoltre il professionista presta un servizio per il quale riceve una remunerazione in denaro pubblico, ed è corretto accertarsi che quei soldi non finiscano nelle tasche di un incapace sponsorizzato. Poi capita lo stesso, ma questa è un'altra storia. Mi sfugge invece la ragion d'essere di un'evidenza pubblica per scegliere il presidente di un ente culturale. Quello non è un ruolo professionale, bensì «politico» e fiduciario: il nominato rappresenta chi lo nomina, e in sua vece si fa carico degli indirizzi e degli obiettivi dell'ente; per cui mi pare civile che il nominante indichi un nominato di suo gradimento. Oltretutto quell'incarico non dà diritto a nessun tipo di compenso: la legge invece prescrive procedure con evidenza pubblica per le assunzioni nella pubblica amministrazione, ed è palese che senza stipendio non c'è assunzione. E allora, di cosa stiamo parlando?