RIAPRE dopo venticinque anni la chiesa dell'Oro di Napoli. Il tempio barocco di Sant'Agostino degli Scalzi, che ha una sola navata ma più "ricami" di stucco di qualsiasi altra, e che ha fatto da fondale, con la sua alta facciata, all'episodio di Sofia Loren pizzaiola adultera del film tratto dai racconti di Marotta, sarà ancora protagonista sabato e domenica per le Giornate Europee del Patrimonio per una visita ai cantieri di restauro, unico monumento napoletano dell'iniziativa - gli altri, in provincia. Un libro chiuso dal 1980 che si riapre, quello della chiesa costruita agli inizi del Seicento, consacrata a metà secolo, da un architetto del quale poco si sa, Giovanni Giacomo Di Conforto, tenuto come altri in ombra dal successo del bergamasco Fanzago. E si riapre grazie all'impegno della Soprintendenza di Palazzo Reale e a 500 mila euro dei fondi dell'Otto per mille messi a disposizione dal Fec (Fondo edifici di culto del Viminale; meglio pensarci, prima di cancellare dalle nostre dichiarazioni dei redditi la voce). Muri e soffitti della chiesa contengono un campionario completo dei motivi floreali a cui attingevano gli stuccatori del tempo, opera di Lorenzo Vaccaro. Dal soffitto non sporgono solo rosoni e girali fitti come nel giardino di un pollice verde, ma anche santi a figura intera e angeli musicanti. Vedere questi ultimi da vicino ha svelato in alcuni un'espressione "grottesca", facendo pensare a qualche restauratore a qualcosa come "angeli negri", perle narici allargate e la bocca carnosa. Alcune maschere sono state ricostruite sperimentando una soluzione all'avanguardia: per renderle leggerissi-me sono state riempite di poliuretano espanso e così verranno riattaccate ai corpi decapitati per aderire meglio. Perdita di teste e arti di statue e decorazioni non è il solo danno che ha subito in tanti anni la chiesa, che è annessa a un convento tuttora meta della devozione del quartiere (i tre frati, uno dei quali ultranovantenne, hanno perso parte dei locali usati per uffici dal Comune, ma tengono aperta una cappella con malmessi ma splendidi affreschi cinquecenteschi con episodi di vita agostiniana nelle lunette, a breve oggetto di restauro). Esempio di cantiere di restauro perfetto, Sant'Agostino, perle discipline rappresentate. Da tre anni a curarlo e dirigerlo per la Soprintendenza Di Palazzo Reale è lo storico dell'arte Luciana Arbace, subentrata all'architetto Cosimo Tari. Le oltre cinquanta tele (ci sono solo le due grandi ai lati dell'altare, del 1710, firmate dal solimenesco Andrea D'Aste) sono in restauro o in deposito, tra queste il San Francesco di Paola di Mattia Preti, una Madonna con Bambino di Stanzione, e ancora Luca Giordano, Beltrano, Balducci, Del Po. I dipinti sono affidati alle abili mani di Atheneum Consorzio, gli arredi alla ditta AC Restauri e gli stucchi all'associazione temporanea di impresa Giovanna Izzo e EmanueleVitulli. Si potranno vedere all'opera i restauratori che passano la lacca sulle belle venature del legno di noce del coro (i cui capitelli sono stati tutti rubati), la maestosa aquila del pulpito, l'accurato lavoro per recuperare i marmi commessi (alcuni depredati e poi ritrovati, saranno rimessi in sede), e poi le statue policrome e la fitta costellazione di stucchi, che hanno comportato uno studio a parte. Dai tempi di Murat, con il taglio per costruire il ponte della Sanità, la chiesa di Sant'Agostino subì gravi danni statici e la facciata si inclinò in avanti. Dopo il terremoto la navata e le cappelle laterali furono puntellate completamente e una delle volte centrali del soffitto si lesionò. I lavori sono a buon punto e la chiesa potrebbe essere riaperta quanto prima. Per adesso le visite saranno a cura dell'associazione T-Art, che si è occupata anche della mostra didattica. Alcuni pannelli spiegheranno la storia della chiesa e il lavoro del cantiere come il racconto straordinario di un monumento perduto e ritrovato.