Artista, scrittore, poeta, giornalista, uomo di teatro, autore di radiodrammi e installazioni musicali, Emilio Isgrò, siciliano classe 1937, quattro Biennali veneziane alle spalle, un primo premio alla Biennale di San Paolo e decine di mostre nel mondo, vive a Milano dal 1956 e lo scorso anno è stato insignito del riconoscimento dell'Ambrogino d'Oro. Maestro, la quinta edizione di Museo City, la festa dell'arte che avrebbe coinvolto 90 musei milanesi dal 2 al 7 marzo è stata annullata a causa della risalita dei contagi ed è ora fruibile solo sul web. Il titolo è «I musei curano la città»: un'esagerazione? «Per nulla. Penso ai musei come agli ospedali dove riceveremo un vaccino non meno necessario di quello che ci viene offerto dai medici: il vaccino contro l'indifferenza e l'incompetenza. Perché l'arte, come diceva Picasso, non serve a decorare gli appartamenti, e neppure a rimpinguare il listino di Borsa, ma a schiudere prospettive inattese». Teme che la lunga chiusura della cultura faccia perdere alla gente l'abitudine di andare a teatro, al cinema alle mostre? «Certamente è un rischio. Ma so anche che è sulle rovine che i milanesi hanno sempre tirato fuori i risultati migliori della loro passione e della loro intelligenza. La cultura era ferma da prima dell'arrivo del virus perché viviamo ancora sulla creatività degli anni '50 e '60 del Novecento. Milano era una felice eccezione che può rivivere grazie a quello slancio che viene dopo le tragedie. E proprio qui che si apre uno spazio all'innovazione e alla nascita di nuovi linguaggi». Dopo le sollecitazioni degli assessori alla cultura di molte città, con capofila il nostro Filippo Del Corno, il ministro Dario Franceschini ha fissato la data di riapertura dei teatri per il 27 marzo e concesso ai musei di accogliere i visitatori anche nei fine settimana. È un buon segno? «Sì, buonissimo. Pur tra mille difficoltà tutti capiamo che senza cultura si muore più o meno come si muore di virus. Sarà una nuova cultura a vaccinarci, e senza una nuova cultura non nasce una nuova visione della realtà. Gli artisti sono qui apposta: a continuare a sognare quando intorno il mondo crolla da tutte le parti». La cultura servirà alla rinascita di Milano? «La ripresa del Paese non può che ripartire da questa città che si risolleverà se si prepara al dopo pandemia con le stesse armi con le quali si preparò al dopoguerra: la rinascita culturale accoppiata alla rinascita economica e produttiva. La sua più grande capacità, allora, fu quella di raccogliere le energie intellettuali che venivano da fuori, specialmente dal Sud, per restituirle al Paese e all'Europa, ancora in ginocchio, più forti e potenti. Oggi si tratta di nuovo di raccogliere le forze creative che arrivano dall'Europa e dal mondo, non solo dall'interno, per restituirle e smistarle in una logica di scambio della civiltà umana che rifiuta l'arroccamento». Pensa che il mai realizzato museo di arte contemporanea si dovrebbe fare o non serve? «Dobbiamo essere grati a chi ha contribuito con il design e la buona cucina all'affermazione della nostra immagine internazionale. Però intanto abbiamo imparato che senza un'arte contemporanea Made in Italy, e i nostri artisti sono valutati ancora tra i migliori del mondo, ci priveremmo di uno strumento culturale senza il quale si perde di visibilità e di prestigio con un'inevitabile perdita di peso contrattuale anche nelle trattative economiche. Non basta più l'immagine legata allo stilismo o alla buona cucina». Quale luogo d'arte ama di più a Milano? «Da quando sono arrivato nel '56 ho visto nascere molte cose e ne ho viste morire molte altre. Sono convinto che ne scoprirò ancora tante».