Chi ha l'età per farlo non può non ricordare, con qualche angoscia, la selva di tubi innocenti e la rete di barriere costituite da quei muretti che oggi definiremmo «jersey», che costellavano il centro storico di Napoli dopo il terremoto del 1980. Puntelli, opere provvisionali, segni di quelli che dovevano essere immediati e provvisori interventi di messa in sicurezza del patrimonio costruito e che invece hanno segnato quel paesaggio urbano per anni, sebbene certo non peggiori di maldestri lavori di consolidamento con cui ancora oggi i progetti di restauro, anche di edifici monumentali di particolare pregio e di complessi pluristratificati che raccontano l'intera storia della città, si devono confrontare. Frutto anche, purtroppo, dalla mancata interazione tra istituzioni pubbliche e dell'assenza di una visione che privilegiasse forme di collaborazione tendenti ad esaltare le competenze e l'approccio multidisciplinare, ad esempio tra università e soprintendenze. Tuttavia il post terremoto fu caratterizzato anche da un intenso dibattito intorno alla «ricostruzione», che vide impegnati architetti restauratori, urbanisti, pianificatori, archeologi e naturalmente, amministratori pubblici, sui possibili sviluppi della città e, in particolare, del centro antico, da cui scaturirono idee e progetti, in alcuni casi un po' bizzarri e si spera definitivamente confinati nel regno dell'impossibile, in altri invece portatori di interessanti iniziative tese a garantire, attraverso la salvaguardia e il recupero del patrimonio culturale, la riqualificazione e la valorizzazione di interi comparti della città storica. Idee e progetti che certamente hanno favorito l'inserimento il centro storico di Napoli nell'elenco dei beni patrimonio dell'umanità dell'Unesco nel 1995 e da cui è scaturita la variante al Piano regolatore del 2004, elaborata attraverso un complesso iter avviato con la variante di salvaguardia nel 1998 e che pone al centro la tutela e il ripristino dell'integrità fisica e dell'identità culturale del territorio mediante il recupero della città storica e la valorizzazione del territorio di pregio ambientale e paesistico, un punto di partenza ineludibile per qualsiasi nuova idea della città. I fondi europei hanno consentito di realizzare o di avviare importanti progetti di restauro di siti archeologici o di complessi monumentali che hanno contribuito a cambiare il volto del centro storico, oggi attraente per i turisti, cosicché quelle transenne e quei tubi innocenti sembrano solo un lontano ricordo. Tuttavia di quel passato non tutte le ferite sono state rimarginate; rimane un tessuto urbano complesso perché pluristratificato, e fragile perché contrassegnato per lo più da una edilizia di scarsa qualità, ma vivissima, che tende a fagocitare nel suo degrado ogni singola emergenza, anche quelle monumentali. Tra queste la chiesa di Santa Maria a Piazza, alle porte di Forcella, da decenni ingabbiata tra tubi innocenti che non solo nascondono quel che resta delle sue architetture ma rischiano di vanificare i processi di riqualificazione del quartiere che coinvolgono le forze attive della città, pubbliche, private, dell'associazionismo illuminato e che passano anche e soprattutto attraverso il recupero del patrimonio culturale, delle molteplici testimonianze archeologiche e architettoniche che Forcella contiene e che ci stiamo sforzando di rendere fruibili. Perché se la conservazione dei beni culturali è un dovere, per chi ne è il proprietario ma anche per chi ha il compito istituzionale di garantire la loro tutela, fondamentale è associare al restauro prospettive di valorizzazione definite anche da nuove destinazioni d'uso del bene che, come indicato dal vicepresidente de «L'Altra Napoli», Antonio Lucidi, ieri su queste stesse pagine, ne contemplino la restituzione alla comunità affinché essa ne riconosca il valore e, riconducendolo alla sua memoria storica e identitaria, ne condivida le esigenze di conservazione. E nel caso di Santa Maria a Piazza non sarà difficile progettare il restauro e insieme definire le attività culturali e sociali di cui essa potrà diventare futuro contenitore. Soprintendente archeologia,belle arti e paesaggioper il Comune di Napoli