Entro il denso e stratificato tessuto urbano napoletano, sono soprattutto le architetture magniloquenti delle grandi basiliche a testimoniare, ancora oggi, di committenze e culture del Medioevo riconducibili alla presenza della corte angioina in città. Molto frammentarie sono, invece, le evidenze delle fabbriche che precedono il secolo tredicesimo e ascrivibili al lungo periodo che, dal primo Cristianesimo, attraversa la Napoli bizantina, ducale, normanna e sveva. Una circostanza, quest'ultima, le cui cause storiche sono innumerevoli e che, al contempo, apre ancora vaste prospettive di conoscenza e di tutela attraverso metodiche interpretative sempre più aggiornate. Entro tale sfondo più generale, possiamo affermare che la chiesa di Santa Maria a Piazza nell'antica Regio Furcillensis costituisca un tassello prezioso per la comprensione della città che precede l'anno Mille e per la messa a fuoco di dinamiche sociali e dei fattori religiosi che l'hanno attraversata. Sottratto all'uso pubblico dagli anni Novanta del Novecento e inglobato dal 2009 in una selva di puntelli, lo spazio della chiesa è invisibile per quanti vivono il quartiere di Forcella da troppi anni. Presidiata a causa di dissesti strutturali diffusi, la chiesa di Santa Maria a Piazza in antico anche definita come Santa Maria de Merulo comite è, invero, una rara testimonianza architettonica della Napoli medioevale, riferita da eruditi del passato ad origini costantiniane e alla preesistenza di una cappella riccamente decorata di cui al presente nulla è noto. Ciò nonostante, la conservazione di frammenti di opere d'arte già collocati nella chiesa l'iscrizione funeraria del Duca Bono morto nel 834 e resti di plutei lascia propendere per una datazione della fabbrica anteriore al terzo decennio del nono secolo. Al fianco dello spazio chiesastico e in corrispondenza di vico Scassacocchi si ergeva, inoltre, la torre campanaria rivestita interamente in laterizio, la cui cronologia appare piuttosto controversa sebbene il manufatto fosse assimilabile, anche figurativamente, al campanile della Pietrasanta. Alla base della torre di Santa Maria a Piazza, come nell'omologo campanile citato, erano reimpiegati, quali spolia, possenti rocchi di colonne scanalate. Trascorsa una lunga storia che vedrà la chiesa detenere il titolo abbaziale e, dagli inizi del Cinquecento, essere sede di parrocchia, nel 1904 fu decretato il suo destino in quanto coinvolta nei programmi di Risanamento della Vicaria vecchia. L'obiettivo di garantire, attraverso l'allargamento della sede stradale di via Forcella, una migliore mobilità est-ovest si rifletté nel progetto di riduzione dell'ingombro della chiesa resecandone le tre campate allineate lungo il precorso viario. Altrettanto insensibile nei confronti di un Medioevo ancora poco apprezzato dai più fu la decisione di coinvolgere nelle demolizioni l'adiacente torre campanaria. Seguirono due decenni di proposte alternative e di querelle s tra una cultura storico-umanistica, tesa a preservare la preziosa architettura medioevale, e l'aspirazione alla regolarizzazione, di stampo «ingegneristico», di una parte «insana» della città storica. Accanto al soprintendente Adolfo Avena, molti furono coloro che si batterono per salvare l'integrità della chiesa e per risparmiarne il raro campanile adiacente: intellettuali, archeologi e architetti quali Raffaele D'Ambra, Gennaro Aspreno Galante, Giuseppe Pisanti, Silvio Castrucci, Giuseppe Ceci, Giulio de Petra e Antonio Sogliano impegnarono congiuntamente le loro energie culturali per scongiurare la perdita delle fabbriche di Santa Maria a Piazza. Prevalsero, di contro, le ragioni del Municipio per le quali nulla poté la debole tutela nella Napoli del primo dopoguerra. Nel marzo 1922 la Commissione Comunale dei Monumenti votò a maggioranza la totale demolizione del campanile medioevale. Nel 1924 il programma di abbattimento e di «riduzione» della chiesa fu completato. Quanto è oggi di Santa Maria a Piazza, in uno stato di diffuso degrado di strutture e finiture, mal si accorda con i significati che tale architettura ha accumulato attraverso la sua storia. Parimenti, la condizione di «oblio» della fabbrica nel presente sottrae alla comunità urbana e di quartiere un potenziale, fecondo, apporto in chiave sociale e culturale. Occorre fare tesoro delle battaglie combattute da quanti ci hanno preceduto e dimostrare di non averne disperso il messaggio. A distanza di un secolo dal «piccone demolitore», i tempi sono maturi, anche simbolicamente, per restituire alla comunità un prezioso palinsesto di Storia. Professore ordinario di Restauro dell'Università Federico II di Napoli