LA PRIMA Stipati nella sala del Filodrammatici, per seguire «Teatro», canti e sproloqui di un genio irascibile. Che addenta il presente e ci scalda il cuore S econdo il Jannacci pensiero «tutte le cose nere sono balorde; per fortuna ho anche la giacca rossa». C'è tutto Enzo in queste parole: passione politica, gusto per la metafora, ironia. E c'è tutta la sua storia di cantante- attore sempre dalla parte dei più deboli senza bisogno di scrivere e comporre manifesti, la canzone vissuta e «detta» quasi brechtianamente, le gambe ben piantate per terra, la faccia larga ancora giovane, le mani nodose da contadino che in realtà è un cardiochirurgo perché uno così non poteva occuparsi d'altro che del cuore e dei sogni e dei ricordi della gente. Non ha bisogno degli effetti speciali Jannacci: canta al Filodrammatici che è un piccolo teatro, ma pieno di spettatori entusiasti, che lo applaudono e lo costringono a più di un bis e sembra anche a noi che siamo lì di essere migliaia, i tanti per i quali questo Pellizza da Volpedo della canzone ma anche del cabaret e del teatro, ha cantato non volendo mai fermare il mondo per scendere giù, per abdicare, ma per starci sopra con il suo sorriso sornione e beffardo. Eccolo qui, dunque, Jannacci, accompagnato dalla sua band formidabile formata da suo figlio Enzo che suona il pianoforte ma anche la fisarmonica e che gli ha costruito addosso dei nuovi arrangiamenti per le sue canzoni che non sono certo una passeggiata per uno che ha settant'anni, da Stefano Bagnoli alla batteria, Daniele Moretto alla tromba Giorgio Cocilovo alla chitarra e Marco Ricci al contrabbasso, ma la serata non è un concerto, piuttosto un misto di cose dette e cantate in italiano e in milanese, canzoni mitiche e canzoni mai cantate come la bellissima Dona che te durmivet , riflessioni nate sull'attualità più quattro storie di ordinaria, tragica o semplicemente stupida vita che vengono da un libro introvabile No, tu no, pensato con Beppe Viola e Umberto Eco. Anche per questo il suo spettacolo si chiama Teatro e basta, proprio così come lo intende lui. Una «roba» che mette insieme la gente e la fa pensare, ridere e commuovere. Senza guardare in faccia a nessuno, sempre un po' incazzato soprattutto se si parla di «smorzare i toni», di anniversario della breccia di Porta Pia del 20 settembre, perché per lui quella data che viene indubitabilmente dopo l'8 settembre (l'armistizio firmato da Badoglio) vuol dire Resistenza e così dedica una canzone bellissima come 8 settembre, storia di un «ribelle» che sta per essere giustiziato, a suo padre. E poi - attenzione!- «c'è gente che esplode» e che parla di metastasi, qualcosa può succedere, attenti. E ha un sussulto il suo vecchio cuore milanista che per difendere anche oggi la sua fede sportiva dice «Ma io c'ero prima di lui», E che dire della finanza creativa di Tremonti cioè vendere immobili, ridurre la sanità mandare al diavolo il welfare «e ai poveri chi ci pensa?» E come la mettiamo con la nuova legge elettorale? Dentro le canzoni prende corpo il mondo di Jannacci, un mondo che ha il suo centro aMilano, la Milano di qualche anno fa solidale, proletaria e progressista, colta e scapigliata, uscita dalla Resistenza quella di Ma mi di Strehler e di Carpi cantata meravigliosamente, ma anche quella di oggi egoista, manageriale e senza cuore. E poi barboni come quello che portava le scarpe da tennis, reduci, amori stralunati e quasi sempre infelici, la storia di un operaio che deve prendere due tram per andare in piazza Duomo, la donna con il cappotto nuovo che entra in un bar dove ci sono solo uomini e che piange perché l'amore è finito dentro il bicchiere di gazzosaRacconta, Jannacci, la storia di uno che non c'ha la biro e che fa la fila per avere un certificato... E oggi? I problemi del paese sembra che siano «avere pochi giocatori di tennis e di golf, pochi campi di polo» e ai poveracci chi ci pensa? E intanto racconta le storie stralunate dei giapponesi che inventano tutto, ma sempre dopo; la vicenda assurda di Morti di camion, incredibile ballata per Vittorio Moretti, uno che «c'era come uomo e come camionista», che si annega perché il suo camion, per un attimo di disattenzione è andato a fondo nel mare; c'è la risibile e divertentissima Everest un'ordinaria domenica di follia in bus da Linate a Orio al Serio e ritorno. Una storia di uomini piccoli e di sherpa che sono poi quelli capaci di tutto per due lire. Ma lui, Jannacci, non è così e ce lo dice con Rashid, che ci riporta al nostro oggi alla guerra in Iraq, a un ragazzino che raccoglie bossoli con l'aiuto di due gemellini da vendere agli americani per sbarcare il lunario, una storia di guerra e d'infanzia rubata. Può andare a Rogoredo come dice una sua ( e di Fo) celebre canzone, Jannacci. Può fare l'amore in piedi perché così crede di avere il pied-a-terre, può dichiararci tutto il suo amore per quel rompiscatole di Bartali con un bellissimo omaggio a Paolo Conte, suonando il piano con il figlio a quattro mani, può raccontarci da par suo Quelli che , ma in fondo c'è sempre lui, Enzo Jannacci, pantaloni e casacca nera, con aggiunta di giacca rossa e cuore sempre a sinistra.