Non è ancora apparso un pazzo ma certamente arriverà che censisca le Sirene di Napoli, cioè quante volte l'unica Partenope Sirena sia stata riprodotta in statue, fontane, basamenti, fregi e quadri. Quante volte rappresentata come siren, nell'austera versione metà donna metà uccello, e quante nella più accattivante mermaid , mezza donna mezzo pesce (l'inglese è in qualche caso più preciso). Noi da secoli quando sentiamo «sirena» più spesso immaginiamo la seconda, bellissima malgrado la coda né ormai tanto insidiosa come mitologia vorrebbe, grazie a un addomesticamento che ha attutito l'incanto nell'emozione del canto. Ne è conferma la prosperosa suonatrice di lira sulla fontana ottocentesca di piazza Sannazaro. O la modesta sirenetta che si ravvia la chioma nella vasca alla Stazione centrale: con i versi festosi di Libero Bovio sul «paese del sole» per didascalia, lascia pensare più a qualche Patrizia o Ramona in posa per il selfie su un balcone dei Quartieri che all'insidiosa creatura la cui morte corrispose alla nascita della città. L'altra sirena, quella con ali e zampe adunche, resta appartata nella topografia mentale e urbana, sprizzando acqua antica dalle zizze in via Guacci Nobile. La smania raffiguratrice che sempre anima Napoli, e che da qualche tempo l'agita, promette adesso una ulteriore Sirena maggiore delle altre per misure e collocazione: tre metri e 60 d'altezza su una colonna marmorea di due metri e mezzo in cima all'ancestrale Monte Echia. Il monumento, con garantita visibilità dal mare, è stato realizzato dallo scultore Giuseppe Canone su commessa di alcune associazioni e col finanziamento di un mecenate. Da lontano ricorderà, fiaccola accesa nella destra e ali spiegate, un po' la Statua della Libertà un po' l'Angelo della Vittoria berlinese. Oggi piuttosto ci ricorda l'inevitabile pulsione a effigiarsi nei simboli, nei miti vivi e nei morti anche quando appaiano deprecabili. Si diradano i personaggi in cerca d'autore e si moltiplicano quelli in cerca di muri: volti soliti per look e ignoti per fattezze che contendono le facciate dei palazzi ai divi e le edicole ai santi. Icone di un tempo assai triste se a rappresentarlo fosse solo tutto questo. L'appello del procuratore generale Luigi Riello, contro murali e altarini in memoriam a camorristi e delinquenti di livello minore rimasti uccisi, scorge dietro queste immagini «la protervia» di chi vuol elevare a rango eroico «gente che non merita rispetto». Rapinatori o boss ammazzati, come Emanuele Sibillo capo della «paranza dei bambini», assurgono per devozione di parenti e adepti a onori sacri o laici riservati a san Gennaro, Maradona, Nino D'Angelo. Alla Sirena (per la quale il pazzo che la censirà dovrà conteggiare anche un murale ai Quartieri). È tutta riprovevole saga kitsch? Una glorificazione dell'illegalità da sopprimere a botte di vernice e piccone? «I morti vanno rispettati non cancellati», scrive chi ha imbrattato l'effigie dell'incolpevole Nino D'Angelo per motivare la ritorsione all'abbattimento dell'altarino a un pusher di San Pietro a Patierno. Incongrua, ma significativa risposta che urla le ragioni della Spoon River napoletana. «L'esempio di un camorrista, di un ragazzo morto in una faida, ha un doppio monito: il suo essersi immolato per la famiglia e il 'non lo fare o finirai così'», notò Roberto Saviano circa i «santi di Gomorra» già una decina d'anni fa: «Non riesco, pur capendone spesso lo scempio e persino la pericolosità, ad averne un'impressione soltanto negativa. È comunque una presenza. Una traccia. Una memoria. Questa continua relazione con l'aldilà nella quotidianità di Napoli è qualcosa di profondo e di complesso, è il non essere mai in pace». È sempre il Purgatorio che deborda, fatto un tempo di crete fiammeggianti, di crani coi lumini e fototessere di defunti sfigurate dall'umidità negli ossari (alle Fontanelle o nella chiesa di via Tribunali questo ancora persiste). È il Purgatorio sempre, ma adesso rivestito del digitale di massa di cui replica chiassosità e invadenza, raffigurando i morti uccisi coi gusti di Instagram. Nello stile assai più elegante della Belle époque, quando la prima pagina dei quotidiani ospitava poesie, Ferdinando Russo verseggiò la fine del capo camorrista Ciccio Cappuccio riconoscendogli la gloria propria a un destino ancorché negativo, senza che nessuno vi leggesse istigazione a delinquere o inchino alla protervia criminale. Forse è anche questione di estetica. Ha intuito questa smania raffiguratrice coi suoi gusti pencolanti Arturo Pérez-Reverte, immaginando a Napoli, nel romanzo Il cecchino paziente , la caccia a un writer spagnolo che operava con la complicità dei «gobbetti», banda dei Quartieri composta di «ragazzi giovani, molto aggressivi, di quelli che in una tasca della tuta hanno lo spray e nell'altra un coltello». Quel writer, sorta di Banksy feroce, firma una specie di Giudizio universale dietro il Palazzo delle Poste, in cui ciascuna figura indossa un capo intimo moderno, e una Madonna col Bambin Gesù il cui volto è un teschio (bastasse questo a stupirci). Chissà se qualcuno assocerà mai i suoi sbarchi a Napoli alla futura Sirena di Monte Echia piuttosto che a una vetusta insegna pubblicitaria. O il transito abituale per l'ufficio a un murale che a poco a poco sbiadisce. O se tornando in una via che non aveva più rivisto da quando lasciò lei che poi s'è sposata, ritroverà la rima verniciata vent'anni prima grazie all'incuria di chi non l'ha abolita. E chissà quanti ne hanno visti Dante, Mazzini o san Gaetano, quanti che adesso non ci sono più e sotto quelle statue si davano appuntamento o ascoltavano, davanti a Palazzo Reale, le storielle sui sovrani di marmo. Non potendo più di tanto scommettere sulla durata individuale, continueremo a confidare nei monumenti, a disegnare murales, graffiare le pietre, plasmare Sirene e pastori per presepi che non costruiremo. Più i tempi sono precari più l'impulso spinge alla rappresentazione. Per alludere alla durata. Per illuderla.
Sirene co. La smania (auto)raffiguratrice di Napoli
La città di Napoli è stata teatro di numerose rappresentazioni della sirena, sia come donna mezza donna mezzo uccello che come mermaid. Questa immagine è stata riprodotta in statue, fontane, basamenti e quadri, e spesso rappresentata come una figura accattivante e seducente. Tuttavia, la sirena è anche stata oggetto di critica e disprezzo, in particolare per la sua associazione con la delinquenza e la criminalità. Negli ultimi anni, è emerso un movimento per creare un nuovo monumento a Napoli, una sirena di tre metri e 60 centimetri di altezza su una colonna marmorea, realizzato dallo scultore Giuseppe Canone.
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