Forse è la volta buona. Dopo 30 anni i guerrieri nuragici ritrovati nel sito archeologico di Monti Prama potrebbero tornare a casa. Lo ha assicurato, nella sua ultima visita in laguna, il sottosegretario ai Beni culturali, Antonio Martusciello, sotto lo sguardo anche di Antonio Giovannucci, coordinatore delle sovrintendenze dell'Isola. «Se non tutti - ha detto Giovannucci - almeno in parte». Anche Vincenzo Santoni ha dato il suo assenso. Ora non resta che attendere. «Trattenere altrove - aveva scritto il sindaco Efisio Trincas, in una lettera indirizzata al presidente Soru - le testimonianze archeologiche ritrovate sul posto è come cancellare il dna delle popolazioni locali». E Trincas reclama non solo i guerrieri nuragici ma anche altri numerosi reperti trovati nel territorio di Cabras e conservati a Cagliari. «Anche la tavoletta in bronzo ritrovata 10 anni fa da Andrea Porcu nelle campagne di Tzrigotu - dice Trincas - che si è rivelata essenziale per svelare il mistero a lungo irrisolto dei reperti di Glozel. E ancora la dea mater e tanti altri reperti magari meno voluminosi ma ugualmente importanti». Come gli scarabei, ad esempio, in pietra dura o terracotta smaltata. I tombaroli. Il territorio del Sinis è da sempre una miniera sia per l'archeologia ufficiale che per tombaroli senza scrupoli e trafficanti clandestini. «La più antica memoria di manomissioni nella necropoli di Tharros - si legge in una pubblicazione di Gennaro Pesce dedicata a Tharros - è conservata in una quietanza, datata 1481, con la quale un banditore dichiarava di avere notificato d'ordine del viceré agli abitanti di Nurachi e Cabras il divieto di praticare scavi allo scopo di cercare tesori nel distretto della città di Tharros». «Il 1851 - si legge ancora - fu una data infausta nella storia dell'archeologia sarda. Un ricco signore inglese, Lord Vernon, si recò a Capo San Marco per fare scavi e purtroppo la sua non intelligente attività fu coronata da un successo senza precedenti dato che si imbattè in un gruppo di circa 14 tombe puniche inviolate e ricche di gemme e di ornamenti d'oro e d'argento che finirono poi a Londra, conservati oggi nel Museo Britannico». «Dopo di che - riporta il libro di Pesce -scoppiò una sorta di febbre dell'oro e per tre settimane, nell'aprile del 1852, Capo San Marco fu invasa da 500 scavatori di Cabras, Oristano e altre località, tutti all'opera simultaneamente, giorno e notte». E così fino ad oggi, a Tharros come nelle altre aree archeologiche presenti nel Sinis, non si contano i ritrovamenti "occasionali" che hanno alimentato il lucroso mercato clandestino o che sono conservati da privati cittadini, sia a Cabras che nel circondario.