«Tra di noi con Franceschini, colloquialmente la chiamiamo "la Netflix della cultura". Anche se poi non sarà questo il nome definitivo... Stavamo appunto per firmare un protocollo, quando è caduto il governo. E ora forse dovremo ripartire con un nuovo ministro». Stefano Passigli: da Parigi è arrivata la notizia che lo Stato francese ha deciso di investire in prima persona nelle mostre d'arte immersive e multimediali. Un mercato in cui Firenze era entrata per prima, ma a piccoli passi, e solo privati. E ora i francesi tentano il sorpasso. Lei e Franceschini cosa stavate progettando? «Il museo del futuro. Perché è vero che i francesi si sono mossi prima, ma noi non siamo rimasti fermi: da un anno e mezzo stiamo lavorando a un progetto che assemblerà una quantità enorme di contenuti culturali su un'unica piattaforma. E il punto di partenza è qui a Firenze». Politico, editore, ex presidente dell'Istituto Luce e del gruppo Longanesi, presidente degli Amici della Musica, ora anche consigliere di amministrazione dei Musei del Bargello, in quale nuova avventura si sta lanciando? «Parlo come presidente di Scala, l'archivio fotografico d'arte più grande che esista, fondato da Roberto Longhi nel 1953, che contiene mille musei: oltre 3 milioni e 300 mila immagini e video di arte, storia, cinema, design da tutto il mondo e da tutte le epoche, di cui 1 milione e mezzo solo di arte, che fornirà a questa "Netflix della cultura" tutto ciò che i musei italiani avevano e non hanno più e tutto ciò che c'è di arte italiana all'estero. Non solo i contenuti di proprietà pubblica ma anche privata, partendo dall'arte per poi estenderci anche ad altri settori come la musica e lo spettacolo dal vivo. Non tutti hanno una grande fototeca come gli Uffizi». Chi non ha provveduto in tempo a digitalizzare le proprie immagini... «Molti musei non lo hanno fatto e negli anni le fotografie originali sono diventate gialle e inutilizzabili. A partire dalle grandi espoliazioni napoleoniche, e poi dai grandi mercanti come Bardini e Berenson che compravano a Firenze e vendevano in tutto il mondo. C'è un "museo perduto" solo di arte fiorentina: se vai al Getty a Los Angeles trovi più arte etrusca che in tutti i musei italiani. Senza parlare delle ambasciate nel mondo, ricchissime di opere d'arte di cui manca l'inventario. Ma noi abbiamo le immagini in alta definizione e così possiamo ricostruire tutto il percorso del collezionismo». Qual è l'obiettivo? «Una piattaforma di questo genere può essere resa accessibile non solo alle aziende che realizzano mostre multimediali o agli studiosi ma anche alle scuole, o a fini turistici. Per la Treccani forniamo già il materiale con cui realizzano ogni anno un grande libro d'arte. L'ultimo è stato su Tiepolo». Ma ora siamo senza governo. «Il progetto è già in stato avanzato. E non è l'unico». Cos'altro c'è? «Insieme al sindaco Dario Nardella stiamo pensando di realizzare una Biennale del libro d'arte e una mostra mercato delle mostre virtuali. Partendo proprio da Scala, un salone del libro d'arte permetterebbe di portare a Firenze tanti editori del settore e tutti quei soggetti che operano nell'offerta multimediale: le mostre immersive si possono esportare con grande facilità, basta cambiare il doppiaggio, e con costi limitati. In alternanza o in concomitanza con la Mostra dell'Antiquariato, trovando collegamenti tra i due mondi con seminari e incontri».