E' stato notato più volte in questi anni come il centrodestra italiano non abbia saputo interloquire con il mondo della cultura, come abbia perennemente oscillato tra iniziative improvvisate e un sostanziale disinteresse (forse nella convinzione che quel mondo, in maggioranza, gli è e rimarrà sempre ostile). Dunque il dissidio di questi giorni tra la Giunta centrale degli studi storici e il ministro Buttiglione, richiamato ieri sera anche dal professor Paolo Prodi nel corso di un convegno, sembra solo la replica di un fenomeno ormai ben noto. Il ministro e i membri della Giunta, che annovera alcuni illustri storici italiani, sembravano incamminati sulla via di una proficua collaborazione per modificare assieme le norme che regolano quell'istituzione. Finché il ministro, a quel che sembra, non ha puntato i piedi su un «dettaglio» francamente discutibile: la nomina governativa dei membri della suddetta Giunta. Ma l'episodio è indicativo anche di un'altra questione: ci ricorda infatti come dopo il 1945 l'Italia democratica abbia lasciato sopravvivere certe istituzioni culturali ereditate dal fascismo senza che nessuno, non i governi non gli intellettuali, si ponesse il problema circa il senso, e la stessa opportunità, della loro esistenza. La Giunta centrale nacque alla metà degli anni Trenta, nel quadro della «bonifica della cultura» promossa dal ministro ed ex quadrumviro della marcia su Roma De Vecchi, con l'intento di centralizzare e controllare gli studi storici. Si trattava di un progetto coerente con un regime autoritario e come è ovvio per noi del tutto inaccettabile; ma era un progetto. Dopo di allora, per oltre mezzo secolo, non è stato affatto chiaro quale fosse il disegno che giustificava la sopravvivenza di strutture del genere; si potrebbe anzi dubitare che vi fosse un'idea diversa da quella di lasciarle sopravvivere in qualche modo, che è poi anche l'obiettivo di qualunque istituzione una volta nata. Certo è che nessuno si è mai chiesto davvero se abbia senso, e quale, che simili istituti storici pubblici continuino a esistere, ed eventualmente in quale forma, o perché debbano intitolarsi come è per uno di essi al Risorgimento piuttosto che, tanto per fare un esempio, alla storia del Novecento. Negli istituti storici fondati durante il fascismo compirono i primi passi alcuni dei maggiori studiosi dell'epoca: l'Istituto per la storia moderna e contemporanea diretto da Gioacchino Volpe, fascista ma anche uno dei maggiori storici italiani del secolo, ebbe tra i suoi allievi Federico Chabod e anche antifascisti come Nello Rosselli e Giorgio Candeloro. Successivamente, invece, l'attività di quei medesimi istituti è diventata marginale nella formazione e nell'attività degli storici italiani. Sicché, una riduzione di bilancio dietro l'altra, da tempo sembrano semplicemente intenti a sopravvivere. Qualcosa di analogo, del resto, l'Italia repubblicana ha fatto tenendo in vita e anzi ampliando la rete di istituti di cultura all'estero ereditata dal fascismo, costretti, molti di essi, a vivacchiare in una situazione di cronica carenza di fondi. Ormai da anni, all'approssimarsi della legge finanziaria, si levano proteste per i tagli al complesso delle attività culturali. Proteste in sé giustificate, figuriamoci (anche se è davvero improbabile che un qualunque altro governo possa allargare i cordoni della borsa). Ma queste proteste avrebbero una giustificazione maggiore se affrontassero anche qualche domanda che siamo soliti evitare. Dobbiamo tenere in piedi, e perché, una struttura di istituti storici creata ai tempi di Mussolini? Ha davvero un senso, non dirò avere istituti culturali all'estero (io penso ce l'abbia, eccome), ma lasciar esistere tali istituti in ogni dove, anche a Singapore e in Guatemala?
Ma perché far sopravvivere quell'istituto del ventennio?
Il ministro Buttiglione e i membri della Giunta centrale degli studi storici hanno avuto un dissidio sulla nomina governativa dei membri della Giunta. Questo dissidio è indicativo di un fenomeno ormai noto: il centrodestra italiano non ha saputo interloquire con il mondo della cultura. La Giunta centrale è stata creata nel 1934 dal ministro De Vecchi per centralizzare e controllare gli studi storici. Dopo il 1945, l'Italia democratica ha lasciato sopravvivere queste istituzioni culturali senza chiarire il loro scopo o la loro opportunità di esistenza.
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