«Siamo rimasti pietrificati». Il giorno dopo la risposta del Mibact sul Franchi, Luigi De Siervo parla da amministratore delegato della Lega di Serie A ma anche da fiorentino che conosce benissimo pregi e difetti di uno stadio non più al passo con i tempi. In effetti è stata una doccia gelata per molti, soprattutto dopo la nuova legge che pareva aprire nuovi scenari. E invece... «Non uso mezzi termini: la risposta del ministero è sembrata quasi dileggiare anche l'appello formale congiunto tra Lega di Serie A e Figc delle scorse settimane. Ma ha dileggiato anche l'eccellente lavoro fatto dal credito sportivo, il dibattito degli ultimi mesi, la fortuna per la nostra città di un imprenditore illuminato che aveva già deciso uno stanziamento importante per regalare a Firenze un impianto degno della sua storia e perfino il dibattito politico che aveva generato una norma specifica che forniva lo strumento tecnico per intervenire. La legge consentiva interventi rispettando l'opera di Nervi senza cristallizzarla, ma di tutto ciò non si è tenuto conto». Lo stop al Franchi non è solo un ostacolo alla crescita della Fiorentina. Anche il calcio italiano ne esce con le ossa rotte? «Il punto centrale è che per creare valore nel calcio servono impianti moderni, che consentano una fruizione dell'evento sportivo più adatta alle famiglie rispetto a un tempo. Bisogna poter costruire nuovi stadi. Venire a raccontare come ha fatto il Mibact che si può intervenire, ma solo rispettando tutti quei vincoli vuol dire vanificare tutto. E, diciamolo, è una vera e propria presa in giro. È stato fatto un danno a tutto il sistema calcio e a un Paese che riesce ad attirare ancora grandi investitori ma poi li costringe ad andarsene». Una scelta anacronistica insomma quella del Mibact... «Io direi ai confini della realtà. Tutto faceva presagire a un finale diverso, a una risposta che avrebbe consentito un equilibrio tra la conservazione e la modernizzazione. E che doveva essere quella la strada maestra lo possiamo ben dire noi fiorentini visto che la nostra città è stata costruita su altri edifici. Se secoli fa ci fossero state risposte come quella del ministero nessuno dei nostri capolavori avrebbe visto la luce». Fin qui la delusione. Ma come Lega di Serie A vi farete sentire? «Io confido che si possa ancora intervenire. La Lega insieme con la Federazione, chiederà che sia riconsiderata quella risposta. Anche se è presto per dirlo, credo che chiederemo un'interlocuzione diretta con il ministero. È necessario che il futuro si incroci con la tutela. In questo modo invece conserviamo soltanto un polveroso passato. Oltretutto una ristrutturazione del Franchi potrebbe regalare servizi e lavoro a tutta Campo di Marte. Noi siamo al fianco di Commisso, capiamo la sua amarezza e siamo intenzionato a combattere con lui questa battaglia, perché è una battaglia di tutti». Ma quanto sta perdendo il calcio italiano senza nuovi impianti? «Dobbiamo capire che questi stadi vetusti non consentono neanche una ripresa televisiva internazionale. Ma si sa di cosa stiamo parlando? Noi forniamo immagini adatte a un televisore degli anni 90, non a quelli di oggi con gli schermi piatti e l'Hd. E i diritti tv sono parte preponderante dei ricavi delle società di calcio. Come tutto questo la politica non lo capisca è incomprensibile. Sono senza parole». Non solo i diritti tv però. Uno stadio nuovo vuol dire più soldi anche dal botteghino e dal marketing... «Certamente, con impianti moderni si raddoppiano i ricavi. Guardate in Germania, da loro tutto è cambiato con i nuovi stadi fatti per il Mondiale del 2006. Basterebbe solo saper copiare. È veramente deprimente, manca la capacità di saper leggere i tempi che si vivono. Noi siamo il Paese che ha la minor occupazione all'interno degli stadi per colpa dei politici». E se Commisso decidesse di andare a Campi lei da fiorentino cosa ne penserebbe? «Ora è il momento di provare a capire se sul Franchi la partita è davvero chiusa. Per il momento Firenze ne esce sconfitta, speriamo questo Paese trovi la forza di recuperare una partita molto compromessa».