PRATO. Gli archivi di Stato rischiano di chiudere botte-ga o di ridurre ai minimi termini i servizi al pubblico. L'allarme dei diretti interessati, i direttori delle struttu-re archivistiche, è al centro di un'interrogazione parlamentare promossa dall'onorevole Beatrice Magnolfi. La deputata pratese si rivolge, chiedendo una risposta orale e possibilmente rapida, al Ministro per i Beni e le Atti-vità Culturali, Giuliano Urbani. Sensibile a una serie di problemi (tagli ai budget) che col-piscono direttamente anche l'Archivio di Stato di Prato, piccolo e prezioso, l'onorevole Magnolfi chiede «quali motivi di eccezionale gravita abbiano spinto il Ministero a far mancare agli Archivi di Stato e alle Soprintendenze archivistiche perfino le risorse per la gestio-ne ordinaria e a metterne a rischio la sopravvivenza». Tutto vero, come denunciano da tempo i direttori degli archivi, al punto che l'onorevole Magnolfi invita il ministro, e l'intero governo, a darsi una mossa,«anche con appositi stanzia-menti di carattere straordinario» per rimediare a «un atto di colpevole miopia, che rischia di disperdere, nell'era della conoscenza, l'inestimabile ricchezza costituita dai Beni storici e culturali che documentano la civiltà del nostro Paese». La premessa è semplice. Tutti gli archivi italiani sono stati colpiti da tagli alle spese fra il40 o ed il 60. E le forbici non si sono accanite su spese di troppo o sprechi, ma sui «capitoli relativi alla gestione ordinaria». Inutile aggiungere che,senza soldi per far fronte a«energia elettrica, gas metano,acqua, pulizia locali, tassa di nettezza urbana, manutenzione ordinaria degli impianti»,gli archivi stanno andando alla paralisi. «In questo modo - spiega Beatrice Magnolfi - si mettono a rischio importanti funzioni di tutela e di conservazione dei documenti, della memoria storica del territorio, di un patrimonio documentario di inestimabile valore che va dal Medioevo ai giorni nostri e costituisce il fondamento dell'identità nazionale». Nell'interrogazione,la deputata Ds osserva anche che «viene messa a repentaglio la possibilità di continuare a tenere contatti e a fornire servizi alla vasta platea di utenti, italiani e stranieri che trovano nelle istituzioni archivistiche fondamentali strumenti di lavoro e di conoscenza». La delusione della direttrice: «Ci basterebbero20.000 euro e il ministero ce ne ha dati 11.000» PRATO. Per mandare avanti un archivio importante, dai fondi unici come quello di Prato bastano 20mila euro all'anno. Tanti ne aveva potuto gestire, lo scorso anno, la direttrice Diana Toccafondi. Una quarantina di milioni delle vecchie lire per custodire e al tempo stesso rendere accessibili agli studiosi di tutto il mondo le carte di Francesco Datini o, più semplicemente, per mettere a disposizione di chiunque:arte indispensabili «quando si tratta di fare un restauro» o di cercare documenti per, compresi quelli legali, un qualsiasi motivo. Basta lo stipendio netto di un impiegato di livello medio alto, e neppure fra i più pagati, per garantirsi corrente, pulizie e servizi d'ordinaria amministrazione. Il piano di spesa di quest'anno:; però da brividi: «Ci hanno assegnato 11 mila;uro rileva Diana Toccafondi per far fronte alle utenze, telefono escluso, pulizie, cancelle ria, tassa sui rifiuti». E se si considera che«7000 euro servono soltanto per l'Enel e 5000per le pulizie», i conti sono presto fatti. «Siamo a maggio riprende la direttrice e mi restano sui 5000 euro». «È assurdo che il Ministero abbia investito tanto sul restauro e la messa a norma delle sedi e sul cablaggio continua la dottoressa Toccafondi per poi scivolare su cifre di questa entità. È possibile che in Italia, in tutto, possano mancare 5 o 6 miliardi delle vecchie lire». Forse è solo questione di volontà.«Abbiamo un incontro con il sottosegretario Bono e ci sono le interrogazioni parlamentari di maggioranza e opposizione». Vedremo. Con l'appoggio delle università, i direttori si preparano intanto a scendere in campo. Potrebbero denunciarsi alla Corte dei conti o restare aperti. per un giorno, a luce spenta. «Potremmo chiamarla la giornata del buio della cultura».