RO MA Eccola, era ora. Più che come visione compiuta, si lascia indovinare dietro i vetri come un bagliore di antichità impacchettata mattoni o legno, non si capiscetra le braccia possenti delle gru e i montacarichi azzurri. Vista da venti metri, sembra quasi che gli operai le passeggino sopra, mentre anche la più evoluta tecnologia dei ponteggi è qui a proteggere la sacra memoria di quella pietra così perfettamente scolpita. L'Ara Pacis, finalmente. Scomparsa agli sguardi, si era quasi finito per farne ameno. Eternità dei lavori in corso: tre anni e mezzo impiegarono a ornarla gli antichi romani; oltre dieci ce ne sono voluti per smantellare la vecchia teca-acquario del Morpurgo (messa su frettolosamente nel 1938) e trovare al monumento una nuova, degna sistemazione. Lo scatolone dell'architetto newyorchese Meier. Così vasto, si direbbe, da poterne ospitare una decina di Ara Pacis. E infatti, al di là degli steccati metallici, è venuto fuori un complesso che ospiterà sale espositive, audi-torium, terrazze, shop. L'apertura, incautamente prevista per la "Notte Bianca", è rinviata nell'aprile del 2006: ma parecchio ormai si vede anche da fuori, e dopodomani entrano per la prima voltai giornalisti. Nel frattempo la questione ha finito per concentrarsi assai più sul contenitore che sul contenuto. Di qui «la disgraziata saga dell'Ara Pacis», secondo Arbasino: «Un pasticcio di patate bollenti», che sta arrivando a cottura definitiva, nel senso che a questo punto davvero non si torna più indietro. Il professor Adriano La Regina, fino al giugno dell'anno scorso soprintendente ai beni archeologici di Roma, arriva sul posto con aria tranquilla; e senza nemmeno alzare gli occhi sulla creatura meieriana porge una busta di ponderose fotocopie riequilibratrici. C'è V Index Rerum Gestarum di Augusto, in pratica il resoconto delle realizzazioni fatto scrivere in prima persona dall'imperatore; e poi due estratti del Lexicum Topographicum Urbis Romae: uno sull'Ara Pacis e l'altro sul Mausoleo, sempre diAugusto. A Roma, città accomodante, La Regina si è meritato fama di custode inflessibile dell'antichità contro le smanie "innovative" del potere e del consumo. È venuto qui, gentilmente, per una specie di certificato di accettabilità archeologica. A dire insomma se lo scatolone, as uo giudizio, deturpa o no. E ne avrebbe pure qualche ritegno, ma dopo le opportune insistenze fa notare l'ampiezza della vetrata, ne loda la trasparen-za, quindi la leggerezza, e alla fine riconosce che l'opera si inserisce bene nel contesto favorendo «una più stretta connessione» con la piazza. Al di là dei vetri, in effetti, si vede il cielo e più in là le chiome dei platani del lungotevere. E un po' sbuffa, il professore, un po' sorride, al ricordo di Sgarbi che contro l'«orrore» da sottosegretario prima minacciò di spostare «la bara pacis», come diceva, poi fece lo sciopero della fame, quindi invitò alcuni studenti universitari a metterci sotto una bomba e infine solennemente bruciò un plastico dell'opera. Al che La Regina, quasi comprensivo: «Beh, i primi plastici non erano molto belli...». Ma adesso la realizzazione le piace? «Beh, direi di sì». Risposta senza entusiasmo, ma dopo tutto l'ex soprintendente è pur sempre un tecnico, cui non si addice l'euforia. Ha fatto anche parte della supercommissione che doveva correggere i progetti origi-nari. Chiarisce: «Non mi sembra ci sia nulla di cui ci si possa dispiacere». Indica i palazzi intorno, di inconfondibile architettura fascista: «E poi: con 'su' cavolo di palazzi!». Come dire: con questa roba intorno, che altro si poteva fare? Benevolo propose di buttarli giù. Campos Venuti rispose che si trattava di una forma di «onanismo urbanistico». Se lo ricorda? «Ma sa, i professori, gli artisti, nel calore della polemica, delle rivalità esagerano, è sempre successo». E cita allegramente Benvenuto Cellini che scrisse di un concorrente: «Lo punsi con il mio pugnaletto alle spalle, e si morì». Il vero rischio, sostiene, è che le polemiche mettano in ombra un'opera d'arte unica e preziosissima. Quante storie: la scala intrusiva, l'obelisco improbabile, la fontana incongrua, l'ascensore e la terrazza sul Tevere, i muri e l'oscuramento delle chiese gemelle; e poi Italia nostra e la Corte dei conti, il porto di Ripetta da disseppellire, i parcheggi da scavare, i platani a preservare e Meier che ogni tanto arrivava, sorrideva e come in un film di Fellini «Verynice diceva verynice». Sarebbe bello che fosse un caso di accanimento urbanistico a lieto fine. «Roma e tutta un museo», insiste La Regina. E c'è un'intera area che sta cambiando. Il mausoleo di Augusto, per dire, resta infossato e sacrificato: «Ecco, qui purtroppo è andata a finire "a gatti"», espressione molto romana che indica monumenti negletti e perciò conquistati da colonie feline: «Ma forse l'effetto più utile è proprio quello di aver sottratto un pezzo di città all'oblio, o al fastidio che anche di recente si provava per un luogo pieno di storia e di simboli». Magari troppo pieno. Proprio qui i fascisti volevano impiantare la loro mitologia. Mussolini era superstizioso, e quindi non si diceva, ma il progetto era di fare del mausoleo diAugusto l'ultima dimora del duce, la sua tomba. E se allora in zona si aggirava il fantasma di Cola di Rienzo, il cui cadavere fu bruciato da queste parti, beh, in tempi più recenti anche Craxi, doveva traslocare dal Raphael nella ex - casa del portiere di via del Corso, a nemmeno cento metri dall'Ara Pacis. Monumento che a maggior ragione pretende oggi di essere preso sul serio, dedito com'è aRoma, all'Italia, allapace, alla guerra, alla dinastia dell'impero e al mistero dei sacrifici e delle profezie. L'altare della nuova era voluto da Augusto sommerso e riaffiorato dopo due millenni LA DECISIONE di far costruire l'AraPacis fu presa nel 13 a. C. per celebrare la pace stabilita da Augusto nell'Impero; il monumento venne collocato nel Campo Marzio, ma le trasformazioni urbanistiche volute da Adriano, Antonino Pio e Marco Aurelio portarono al suo interramento. Le prime lastre vennero poi ritrovate nel 1568 e smembrate nei musei dal Louvre alle Terme di Diocleziano. A quasi 60 anni dalla risistemazione fascista, nel '95 inizia la storia del progetto Meier: il sindaco Rutelli lo invita a realizzare il Museo del-'Ara. Venerdì Veltroni e il progettista inaugurano la nuova "teca". Un traguardo raggiunto tra critiche, stop ai lavori e revisioni in corso d'opera. Tra i primi oppositori, Federico Zeri che, nel '98, disse: «Meier conosce Roma antica come io il Tibet». Contrario al progetto anche Sgarbi che, da sottosegretario ai Beni culturali, ne fece un cavallo di battaglia.
la Repubblica
21 Settembre 2005
La riscoperta dell'Ara Pacis così torna a vivere un simbolo
FI
Filippo Ceccarelli
la Repubblica
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Bene culturale
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