Venerdì si inaugura il restauro della grotta del Peccato originale a Matera IN MATERIA di restauro il tasso di opinabilità è altissimo. Non a caso il confronto sugli esiti di questo tipo di interventi si conclude sempre con un rilancio di nuovi interrogativi, di felpati dissensi, di critiche palesi. Ciò che il restauratore ha davanti è il risultato di un lavoro creativo non suo di cui gli sfuggono i connotati, le motivazioni, i condizionamenti psicologici. E poi non sempre lo sorregge in questo delicato lavoro la documentazione storica che ricrea il contesto, che individua il committente, che elenca i materiali. Santi, natura e divine pitture restaurata la cripta del Paradiso COSIMO DAMANO FONSECA INSOMMA, si tratta di operare su un campo pieno di incertezze, in un certo senso in maniera autoptica alla ricerca di ciò che ha inciso, attraverso fattori esterni, sulla durabilità dell'opera senza lasciarsi trasportare da arditi voli pindarici nel restituire, come si di ceva una volta, oltre che il contesto, principalmente l'immagine. Eppure ci sono esempi che per gli studi preliminari, le metodologie di indagine, gli apporti multi-disciplinari e quant' altro raggiungono risultati di ele-vatissima qualità. E tale ci è sembrato il restauro effettuato all'interno della cripta del Peccato originale, a circa 10 chilometri da Matera, che venerdì prossimo sarà ufficialmente inaugurato dopo un lavoro durato 4 anni e costato circa 750mila euro e che a partire da ottobre sarà possibile visitare grazie a un servizio di bus navetta, in corso di allestimento, che porterà sul posto non più di dodici persone alla volta. Va subito detto che ad accompagnare la delicatissima operazione di restauro con occhio vigile ed eccezionale competenza si è lasciato coinvolgere Michele D'Elia, già direttore dell'Istituto centrale per il restauro, punta avanzata dell'organizzazione tecnico-amministrativa del ministero per i Beni e le attività culturali in questo specifico settore del nostro patrimonio storico-artistico. Si aggiunga che D'Elia ha sperimentato in altri ambiti e per decenni come sia complesso affrontare i problemi degli affreschi in grotta per la delicatezza dei pigmenti che ad essi sono sottesi, per la fragilità delle condizioni microclimatiche degli invasi sacrali, per gli squilibri geotecnici, idrogeologici, tettonici degli spalti delle gravine che solcano i gradoni murgiani verso la pianura dell'arco jonico o della costa adriatica. E poi per questa cripta del Peccato originale affrescata tra l'ottavo e il nono secolo d. C.vi sono altre e preminenti ragioni che suggerivano mano leggera, rigo rosa attenzione, convinto rispetto nei confronti delle testimonianze pitto-riche che partiscono la parete di fondo e scandiscono le nicchie che a sinistra si succedono senza soluzione di continuità. Si tratta verosimilmente di un unicum nella storia dell'arte rupestre non solo nella Grande Regione Puglia-Basilicata, ma nell'intero Mezzogiorno. In questa terra di confine era solo possibile rinvenire questo esempio di influenze longobarde con una contiguità, ma non con una continuità, con i territori soggetti all'egemonia politica e culturale di Bisanzio e dell'esperienza monacale d'Oriente. Certo rimane un mistero come tutto questo sia potuto avvenire inuna delle tante grotte della gravina di Picciano che meriterebbe peraltro a questo punto sistematiche campagne di scavo, indagini a tappeto, ordinata ripulitura degli spalti per carpire i segreti di questo o di quei frescanti che lasciarono tracce cospicue del loro geniale bagaglio di civiltà. Anche perché in questa chiesa rupestre, che giustamente gli amici del Circolo La Scaletta al titolo primigenio di grotta dei Cento santi sostituirono, al tempo della scoperta [primo maggio 1963) l'altro di cripta del Peccato originale, ci si imbatte in un programma pittorico a fini didascalici di robusto impatto visivo e di finissimo percorso teologico. Proviamo afissarele sequenze partendo dalla scena di fondo che ripropone all'occhio attonito dei fedeli i ciclo biblico della creazione e del peccato originale attraverso tre momenti segnati da altrettante iscrizioni esegetiche: innanzitutto il protagonismo di Dio espresso dalla mano destra che si protende verso l'uomo e il cosmo; e poi la creazione della luce e delle tenebre intese come il principio del bene e del male: infine, la tentazione di Èva che offre ad Adamo il frutto proibito e lo induce e peccare. Ma l'uomo non viene lasciato nella solitudine della colpa: altri protagonisti irrompono sulla scena con un andamento triadico che sta a dimostrare la consapevolezza del frescante nell'indicare al peccatore la via del riscatto. La prima nicchia con la raffigurazione dei tre apostoli della Trasfigurazione Pietro, Andrea e Giovanni ripropone la insostituibilità della Chiesa come mistero di salvezza. La seconda nicchia, con la Madonna nelle vesti di Basilissa e le due Vergini oranti, vi aggiunge la forza della mediazione che il pensiero dei Padri attribuisce a Maria. La terza nicchia, con la triarchia degli Arcangeli, tra i quali spicca la centralità di Michele con la sua forte carica antidemoniaca, sviluppa il tema della protezione dei supremi spiriti del bene che proiettano l'uomo verso il Cristo della fine dei tempi troneggiante nel mezzo della parete di fondo. Un universo teologico come è facile osservare custodito negli anfratti di questa gravina così piena di fascino e di mistero che oggi, grazie a un gruppo di volontari guidati da Raffaello de Ruggieri presidente della Fondazione Zétema, che ha finanziato i lavori grazie anche all'8 per mille e insieme con le fondazioni Cariplo, Carisbo e Piacenza eVigevano , viene restituita alla comunità materana, al mondo della scienza, all'intera umanità.