Appello per salvare muri in pietra e terrazzamenti. Chiesto il riconoscimento dell'Unesco C'è in Lombardia un grande patrimonio che si sgretola un poco ogni giorno, dopo avere impiegato centinaia di anni a formarsi. Non si tratta di chiese, di castelli o di palazzi, ma di muri a secco, più precisamente di 2500 chilometri di muri in pietra che corrono lungo i fianchi della Valtellina. Sono i sostegni dei vigneti terrazzati dai quali provengono vini diventati famosi come l'Inferno, il Grumello, il Sassella, lo Sforzato. Per difendere questo patrimonio che ha plasmato il paesaggio della valle la Provincia di Sondrio, in collaborazione con la Fondazione ProVinea «Vita alla vite di Valtellina» Onlus, con il Consorzio tutela vini Valtellina e il patrocinio della Regione, ha presentato domanda al ministero per i Beni culturali affinchè i vigneti vengano inclusi fra i beni che l'Italia chiede di inserire nella lista del Patrimonio dell'umanità dell'Unesco. L'iniziativa è stata accolta favorevolmente e, grazie al sostegno della Banca Popolare di Sondrio e al lavoro preparatorio svolto da un'équipe che comprende fra gli altri l'economista Marco Vitale, gli storici Nella Credaro Porta e Luigi Zanzi e il geografo Guglielmo Scaramellini, i terrazzamenti sono stati inseriti nella Tentative List italiana. Quella valtellinese rappresenta l'area viticola terrazzata di montagna più estesa d'Europa, con un giro d'affari di oltre 30 milioni. I 1250 ettari odierni rappresentano quanto è sopravvissuto dei 3-4 mila che esistevano ancora un secolo fa, allo stesso modo in cui i 3 mila viticoltori che ogni giorno si arrampicano sui ripidi fianchi delle montagne sono gli ultimi discendenti di una schiera di ignoti contadini che per secoli hanno pazientemente scavato, costruito, consolidato un vero monumento all'aria aperta, degno di diventare uno spettacolare ecomuseo. Per capire cosa significhi coltivare la vite su questi scoscesi versanti, basti dire che in Franciacorta un ettaro di vigneto richiede 50-60 ore di lavoro all'anno, mentre in Valtellina ce ne vogliono ben 1200, con un dispendio di energie superiore del 2500. L'attività svolta da questi viticoltori è preziosa, non solo perché ci fornisce vini dal corpo e dal profumo incomparabili, ma anche perché nel corso del tempo ha contribuito a consolidare e proteggere il territorio, con un'opera di manutenzione che si rivela ogni giorno più decisiva. Ormai lo abbiamo imparato a nostre spese: la montagna sicura è quella abitata. Il riconoscimento dell'Unesco avrebbe diverse funzioni: far capire anche ai giovani l'opportunità di impegnarsi nella viticoltura di montagna arrestando l'abbandono, difendere e valorizzare culturalmente e turisticamente un grande capolavoro della cultura alpina, sensibilizzare sul valore sociale di un lavoro di salvaguardia e cura di un ambiente delicato e sollecitare sgravi a favore degli agricoltori. In questi anni, specie in Lombardia, si è parlato molto di identità, ma ci si è spesso dimenticati che l'identità di un popolo è prima di tutto affidata ai luoghi in cui vive e alle attività che esercita. Ecco perché il degrado e l'abbandono dei vigneti valtellinesi costituirebbe una grave perdita per tutti.