Italiani o stranieri, è andata in crisi la cultura del progetto Cosa sarebbe Roma senza l'opera del siriano Apollodoro di Damasco o del ticinese Francesco Borromini? L'architettura romana, in ogni epoca, è stata il frutto dei contributi delle migliori intelligenze di ogni paese e questa capacità di accogliere il molteplice, di integrare le diversità, ha fatto di Roma la madre dell'architettura occidentale. Se interpretato, dunque, come difesa contro gli incarichi a progettisti stranieri, il recente «Appello per lo sviluppo della nuova architettura in Italia», rivolto alle istituzioni politiche e culturali del nostro Paese, risulterebbe una trovata goffamente antistorica, corporativa. Credo, tuttavia, che la vera chiave di lettura dell'appello sia diversa da quella proposta dai media. In architettura le identità tracciano, infatti, confini molto più complessi degli incarichi professionali e dei luoghi di nascita. La rivoluzionaria architettura del forestiero Borromini possedeva, in realtà, il segreto del limite che obbligava ad impiegare, rinnovandola, una lingua comune. La facciata di S.Carlino alle Quattro Fontane, quella di S. Agnese a piazza Navona, stabiliscono col tessuto ereditato un rapporto di calda familiarità, parlano romano. Quanti architetti dello star system internazionale, persi nell'universo dell'architettura spettacolo, tra un incarico a Parigi e un aereo per Shanghai, avrebbero oggi le capacità di una stessa, profonda comprensione della natura organica della nostra architettura? Dandone inoltre, problema ancora irrisolto, un'interpretazione autenticamente contemporanea, libera da nostalgie e fughe nel passato? Ma il problema non riguarda solo i progettisti stranieri e il meccanismo dei concorsi: investe anche le nostre strutture professionali, coinvolge le condizioni stesse del progetto d'architettura. Il quale, come ricorda da anni il presidente dell'Ordine degli Architetti romano, Amedeo Schiattarella, svolge un ruolo del tutto marginale all'interno del ciclo edilizio, schiacciato com'è tra una legislazione inadeguata e la macchina degli «appalti integrati» che assegna alle imprese un potere tirannico sui progetti. Non basta allora discutere di poche opere eccezionali. Occorre, soprattutto, considerare i guasti che questa marginalità produce nel corpo vivo delle città, quella mancanza di qualità diffusa che impedisce la formazione di una vera coscienza critica, la concreta trasmissione dei saperi, dei codici della lingua. Credo che il progetto del Museo dell'Ara Pacis, che personalmente ritengo un disastro, e quello, annunciato, del Foro Italico (per il quale si procede senza un disegno condiviso o almeno reso pubblico) siano lo specchio di questa condizione nella quale errori della committenza e inadeguatezza delle risposte sono due aspetti diversi e complementari di una stessa crisi della cultura del progetto. L'appello Portoghesi, Gregotti e Sottsass: «Siamo invasi» Libeskind, Hadid, Isozakì, Meier, Calatrava, Foster... Di fronte alla calata delle star internazionali, gli architetti italiani hanno inviato un appello al presidente della Repubblica Carlo Azeglio Ciampi e al presidente del Consiglio Silvio Berlusconi «in difesa della tradizione italiana»; Tra i primi firmatari: Portoghesi, Gregotti e Sottsass. La colpa dello scarso ricórso agli italiani nelle grandi opere sarebbe legata ai ritardi del Paese nello sviluppo e alle sovrintendenze. L'«Appello per lo sviluppo in Italia della nuova architettura», paria di situazione «drammatica» e individua come una delle cause il ricorso agli stranieri che, a differenza degli italiani, hanno potuto realizzare «grandi opere di interesse sociale» nei loro Paesi, mettendosi in buona luce. Al contrario l'Italia ha accumulato ritardi privando i nostri architetti di analoghe «occasioni di lavoro».
Architettura: opere firmate da star mondiali ma il problema è la marginalità degli ideatori
Riassunto in massimo 200 parole:
L'architettura romana è stata influenzata da diverse culture e identità, che hanno contribuito alla sua evoluzione. Tuttavia, il recente Appello per lo sviluppo della nuova architettura in Italia, rivolto alle istituzioni politiche e culturali del Paese, è stato interpretato come una difesa contro gli incarichi a progettisti stranieri. In realtà, la vera chiave di lettura dell'appello è diversa, poiché le identità tracciano confini complessi che vanno oltre gli incarichi professionali e i luoghi di nascita. La rivoluzionaria architettura del forestiero Borromini, ad esempio, possedeva il segreto del limite che obbligava ad impiegare una lingua comune.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo