Presidente Ruozi, perché in Italia il turismo non tira come prima? «Molti operatori parlano di fatti contingenti, soprattutto legati alla crisi economica, e di fatti eccezionali: 1'11 settembre, la caduta degli aerei, lo tsunami. Eccezionali sì, ma oggi abbastanza frequenti. La flessione non è dunque un fatto congiunturale». Cause strutturali, allora. «La domanda è sempre più orientata alla ricerca di equilibrio tra prezzi e qualità dei servizi. In molti casi, troviamo invece peggiorata la qualità e aumentati i prezzi. Ma non dobbiamo generalizzare: anche nel comparto del turismo balneare ci sono zone che hanno capito il problema e si sono adeguate, altre no. Faccio sempre l'esempio di Rimini: per decenni stazione climatica basata esclusivamente sul turismo estivo, oggi poggia circa metà- del suo turismo sul movimento fieristico e congressuale. Rimini insomma ha capito che il mondo girava in un certo modo e ha saputo adeguare le sue strutture». Turismo, difficile mestiere. «Uno dei settori in cui il successo o l'insuccesso sono determinati non solo dalle capacità degli operatori ma anche dall'azione del settore pubblico. Bel monumento, belle cose, tutto quel che vuole, ma se non ci sono le strade, non ci sono le infrastrutture, non ci sono i parcheggi, non vi si può mica fare l'albergatore o il ristoratore. Bisogna dire la verità: in questo settore è da anni che l'azione governativa è nulla. Non c'è nessuno che se ne occupi, nemmeno istituzionalmente: un po' il ministero delle Attività produttive, un po' quello dei Beni culturali, un po' quello delle Infrastrutture e un po' quello dell'Ambiente. In realtà, i provvedimenti a livello governativo che abbiano inciso sull'offerta turistica italiana, sono vicini allo zero. Anche il marketing dell'Italia ne] mondo non lo fa più nessuno». E Milano, vecchio rebus, possiamo considerarla città turistica? Anche qui, che cosa non funziona? «Proprio non lo so. Che a monte ci sia una città con tutte le caratteristiche per attrarre turisti - arte, musica, teatro, gastronomia, liberty -, non ci piove. E neppure che sia una città al centro d'una grande rete di trasporti: aeroporti, ferrovie, autostrade. Abbiamo anche una buona struttura alberghiera, ma non riusciamo a fai- digerire un'immagine di Milano come città d'arte e città turistica». Che cosa ci riesce, invece? «Viviamo su alcuni stereotipi classici, anche importanti -l'industria, i servizi, la finanza, la moda (qui calca il tono, ndr) -, e ci fermiamo lì. Rimane la Scala, con i suoi problemi e i suoi costi, perché questo teatro non può certo essere considerato aperto alla massa, e nel week-end gli alberghi sono vuoti». Si può tentare qualcosa? Dal suo osservatorio, lei lo avrà senz'altro fatto. «Ero convinto che fosse una cosa semplicissima, quasi banale, ma non riesco assolutamente a realizzarla. Avevo proposto di mettere insieme "uh tour operator, un gruppo di ristoratori, un gruppo di albergatori, qualche teatro, qualche museo, il Comune a far da regista, l'Atm...». Un buco nell'acqua? «Proprio così: non sono riuscito. Ho cercato presso il Comune e presso la Camera di Commercio: a parole, tutti ampiamente v disponibili; nei fatti, nulla. E una opportunità perduta anche dal punto di vista economico. Perché far turismo significa occupazione. Forse ci vorrà più tempo del necessario. Lo trovo incomprensibile, ma se va in qualsia-si agenzia viaggi all'estero e guarda i cataloghi, vi trova di tutto. Un week-end a Milano, però, non lo vende nessuno». Un bel dilemma, questa città che possiede tutto e pochi chiedono di vedere. «Dobbiamo metterci in testa che l'apertura e l'organizzazione per ricevere, visto tutto ciò che abbiamo da dare, sono un bene su cui occorrerebbe riflettere seriamente. Ci occupiamo di tante realtà - a livello regionale, anche di posti sperduti, che sono molto importanti ma con potenzialità enormemente inferiori a quelle di Milano -, perché l'idea che questa città comunque si arrangi è molto diffusa. E alla fine non si fa niente. Quando facevo il rettore di Università (alla Bocconi, ndr)r alle conferenze dei rettori la tendenza era di sostenere le Università deboli perché convinti che le Università forti riuscissero appunto ad arrangiarsi. II risultato era che le prime non si rafforzavano, e intanto sottraevano fondi alle altre. Un po' così avviene per Milano». Qui che cosa manca? «Il disegno d'una città adatta a ricevere. A Roma fanno molto dj più, e forse non ce ne sarebbe bisogno. Si tratta di innescare priorità. A Milano, queste cose sono sempre venute dopo un certo numero di altre». Milano, città triste. La pensa così anche lei? «Be', dove si lavora molto è difficile stare allegri (ride, ndr). Le cicale sono sempre più felici delle formiche. Noi milanesi siamo però un po' masochisti: bisogna stare attenti a non esagerare. Forse non siamo sufficientemente moderni, e anche qui è un difetto di struttura: i milanesi sono cambiati, Milano no. Bisognerebbe che la città si rendesse conio che la domanda di milanesità è diversa da quella di enne anni fa». Qual è il problema più pressante per questa città? «Il problema è, per così dire, di coscienza collettiva. Qui. o c'è la cultura milanese che si prende atto di questo e sollecita interventi, o il tutto continuerà ad essere affidato all'iniziativa di caio o sempronio. Cèrto, qualcuno funziona sempre meglio di un altro, ma il complesso rimane quel che è. Non c'è un disegno unitario, non c'è un piano. Anche sulla Fiera, con tutto quel che può portare, è elevato il rischio che rimanga un corpo semiestraneo. E possibile che non si trovi il modo di trattenere coloro che arrivano il mercoledì e ripartono venerdì sera, facendoli star qui anche il sabato e la domenica senza farli trafficare con il computer e inducendoli a godersi un po' questa città?» Che cosa vorrebbe dir loro? «Guardi, vado in giro per l'Europa e vedo città magnificate per cose come il liberty. Ma è roba di serie C, rispetto al liberty di Milano! Quanti, però, nella stessa Milano, conoscono il liberty? La promozione è un atto fondamentale. Siamo schiacciati: la moda schiaccia certi aspetti, la Scala ne schiaccia altri, il calcio pure. E via così». La moda è un problema? «Non dico questo, la moda rappresenta aspetti positivi, guai se non ci fosse. E il solo moda che da problemi, non la moda. Questa va bene, ma manifesta anche i suoi limiti».