Brutto è brutto, ma lo scatolone che si alza da villa Mozart non è spuntato per caso. La Sovrintendenza si chiama fuori: il palazzo non ha vincoli storici o ambientali e non può intervenire. Il via libera allora è arrivato dal Comune, attraverso la Commissione paesaggio. Oppure dagli uffici comunali che hanno autorizzato la costruzione di un locale per l'ascensore. Domanda: non esiste una regola per evitare antiestetiche sovrapposizioni di stili nelle zone storiche del centro? L'interrogativo è sospeso nella città in vacanza, ma dopo la lettera al Corriere, l'assessore all'Urbanistica Pierfrancesco Maran annuncia un documento sulla difesa della Milano del Novecento: «È giusto che se ne discuta pubblicamente. Dobbiamo tutelare la città storica senza restare bloccati da scelte che finirebbero per essere troppo conservative. Quanto ai sottotetti, il riferimento è al piano di governo del territorio, ma ci troviamo alle prese con norme regionali che a volte sono in contrasto con quelle comunali: la Regione autorizza lo spostamento dell'abitabilità dai seminterrati all'attico, concedendo volumetrie che noi non avremmo autorizzato». Milano e i sopralzi, atto secondo. Sui tetti c'è una giungla che si unisce alle antenne, ai condizionatori e agli ascensori i cui locali possono diventare pretesto per conquistare spazi di abitabilità. A volte l'operazione è mimetica, altre volte no. Nel caso di villa Mozart è talmente vistosa che ha innescato una battaglia legale tra la proprietà e chi, invece del cielo di Milano, si trova davanti un enorme cubo di cemento. Lo stilista e art director Giampiero Bodino, che ha affittato due piani della villa per farne il quartier generale del gruppo Richmond, fa sapere di essere contrario ad ogni intervento che deturpi la bellezza e l'architettura preesistente. Villa Mozart, progettata dagli architetti Andreani e Portaluppi negli anni Trenta, è un esempio di razionalismo e art decò: che cosa c'entra un cubo sul tetto? Chi controlla l'esecuzione di certi interventi, chi tutela l'estetica di quei palazzi che non hanno vincoli monumentali o paesaggistici? La sovrintendente Antonella Ranaldi è parte in causa nella difesa dello stile Milano, una strettoia tra il diritto alla tutela e quello agli ammodernamenti. «La città storica corre dei rischi», ammette. «Un conto è la Milano nuova e moderna, un altro è far entrare la città contemporanea nel tessuto storico. Io faccio spesso l'esempio del Dopoguerra, quando grandi architetti hanno ricostruito gli edifici distrutti in centro adottando soluzioni dialoganti con il passato, rispettando l'ambiente e scegliendo i materiali adatti. Penso a Portaluppi, Caccia Dominioni, Ponti, BBPR. Il Novecento è un'impronta stilistica di Milano, un'architettura d'autore. Oggi c'è meno rispetto, c'è una caduta e un calo di attenzione. Di questo è giusto essere preoccupati». L'architetto Cino Zucchi è tra gli ispiratori del documento che vuole mettere in sicurezza il Novecento milanese. Dal suo laboratorio creativo è partita l'idea del «moderno gentile», capace di interpretare il galateo della città. Operazione non facile, ma necessaria, per evitare sovrapposizioni inopportune o demolizioni interessate. «C'è anche la necessità di adeguarsi alle nuove normative energetiche, che prevedono un bonus per chi mette a norma impianti troppo vecchi», ricorda Maran. Ed esiste pure il diritto, per chi ci abita, di adeguare la casa alle proprie mutate esigenze. Ma senza regole, si rischia il fai da te. Se a questo si aggiunge l'accelerazione restrittiva che porta la tutela storico-artistica dai settanta ai cinquant'anni di età dell'edificio, le armi della Sovrintendenza appaiono spuntate. In molti casi serve un atto di coraggio. La sovrintendente Ranaldi ricorda l'azione per l'edificio di Marco Zanuso, in via Senato: non era vincolato ma andavano difesi i pannelli decorativi in ceramica di Lucio Fontana. Poi la tutela della Cà Brutta, realizzata da Giovanni Muzio nel 1922 in via Moscova, con altri due edifici dello stesso architetto: il Tennis Club e la Casa di via Giuriati. Stessa tutela è stata chiesta per la torre Rasini, in corso Venezia verso i Bastioni, opera di Gio Ponti ed Emilio Lancia. Ultimo, in ordine di tempo, è il palazzo Ras di corso Italia, ex sede di Allianz. Il complesso, disegnato da Ponti e Portaluppi alla fine degli anni Cinquanta, prevede con il nuovo progetto una suggestiva trasformazione in un campus urbano. La sostituzione del granito rosso e delle finestre è stata bloccata dal vincolo. «Non vogliamo essere dogmatici», spiega Ranaldi, ma il contenzioso è aperto. A Milano l'edilizia non si è fermata con il lockdown e questo è un bene, ricorda Maran. Sulla città storica da settembre ci sarà una riflessione sul Novecento da difendere. Alzando lo sguardo ai tetti, per cominciare.