Un appello in difesa dei progettisti del nostro Paese contro l'invadenza delle «archi-star» internazionali suscita polemiche. E intanto, oggi a Parma, si apre il secondo Festival dell'architettura sul tema ricchezza e povertà. Guardate queste due foto qui accanto. Rappresentano una distanza, anzi, più distanze. La prima foto, a sinistra, mostra alcune case, quasi delle capanne, che sorgono nella Sierra Alta de Hidalgo, in Messico; la seconda, a destra, mostra un particolare del progetto City Life per la Nuova Fiera di Milano con i tre grattacieli di Zaha Hadid, Arata Isozaki e Daniel Libeskind. Stanno in due continenti geograficamente distanti ma segnano, anche, una distanza culturale, economica e stilistica. Da una parte c'è la povertà di una piccola comunità montana che si affida ad un architetto «sconosciuto», dall'altra la ricchezza e la potenza economica che si fanno rappresentare da tre archistar internazionali. Da una parte c'è un codice e un linguaggio locale che si adagia al contesto, dall'altra c'è il linguaggio globale della nuova architettura che, secondo l'efficace formula coniata dall'architetto olandese Rem Koolhas,fuck the context. Ci sarà da discutere su questo confronto tra ricchezza e povertà, scelto come tema portante della seconda edizione del Festival dell'Architettura che si apre stamane a Panna (fino a domenica 25). Come se non bastassero le opposizioni locale-globale, ricchezza-povertà, sulla kermesse parmigiana è piovuta anche quella che vede contrapposti italiani-stranieri, architetti s'intende. La polemica, non nuova, è stata riaccesa dalla recente lettera di protesta, indirizzata al Presidente della Repubblica, al Presidente del Consiglio, ai Presidenti di Camera e Senato e ai ministri competenti e firmata da 35 professori universitari (tra i nomi più noti, Canella, Gregotti, Marconi, Nicolini, Passarelli, Purini, Portoghesi, Semerani, Sottsass). Nella quale si lamenta la situazione drammatica dell'architettura italiana, da una parte snobbata dalle stesse istituzioni pubbliche a favore delle grandi star internazionali, dall'altra invischiata da pastoie burocratiche e da veti di vario genere. Del resto, Carlo Quintelli, direttore del festival di Panna, ha messo tra gli obiettivi della manifestazione quello di «interrogarsi sulla sostanza più che sull'apparenza», di «ridimensionare le bolle speculative della cultura architettonica più narcisista a favore di intelligenze spesso misconosciute o sottovalutate» e, a proposito dell'Italia, ha parlato di un «panorama molto provinciale, molto incline all'eclatante» e che si è dimenticato di «tradizioni e linee di ricerca originali che solo alcuni decenni fa ci ponevano all'avanguardia nel mondo». Forse sono le stesse filiate da quella grande tradizione di ricerca rappresentata da uomini come Terragni, Gardella, Albini, Scarpa, Samonà, Libera, Moretti e Ridolfi a cui pure si richiamano i firmatari della lettera. L'appello dei 35 si presta a qualche obiezione, manifestatasi in risposte polemiche, precisazioni e interventi, alcuni dei quali apparsi sul sito www.archimagazine.com. Tra questi, quelli che rimproverano ai firmatari dell'appello, tutti professori universitari che pure hanno realizzato importanti progetti in Italia, di aver fatto poco in questi anni per dare spazio alle nuove generazioni e di essersi ritagliati un ruolo da «grandi vecchi» che poco rappresenterebbe la categoria professionale. Insomma la polemica rischia di ridursi al ciclico scontro generazionale o, peggio, a una gara tra «stili», tra moderni, postmoderni e modernissimi, tra apocalittici, integrati e disintegrati, tra cantori dell'ordine geometrico e adoratori del caos sublime: tutte cose che hanno già agitato i decenni trascorsi e di cui, francamente, non se ne sente più il bisogno. Però l'appello degli «architetti italiani» le sue buoni ragioni ce l'ha e ha il merito di porre, magari in maniera non sufficientemente esplicita, una questione vitale. Che è quella di rintracciare, all'interno di una tradizione culturale e costruttiva italiana, le ragioni se non proprio di un «senso» di una «direzione» dell'architettura. Scrive Marc Augé nella lectio magistralis che terrà oggi (Teatro Farnese di Parma, ore 17) che «l'architettura mondiale, nelle sue opere più significative, sembra fare allusione ad una società planetaria ancora assente. Propone i frammenti brillanti di un'utopia lacerata alla quale ci piacerebbe credere, di una società della trasparenza che per ora non esiste da nessuna parte. Disegna allo stesso tempo qualcosa che è come un'utopia, come un'allusione, indicando, disegnando a grandi tratti un tempo che non è ancora arrivato e che forse non arriverà mai, ma che resta possibile». Ecco, in attesa di questo «tempo possibile» ci piacerebbe che l'architettura italiana recuperasse la capacità di progettare una casa per l'uomo. Che tornasse a pensare residenze, magari «popolari», che affrontasse il tema di dare una casa proprio a quelle moltitudini che fanno della globalizzazione una realtà concreta (quasi sempre povera e dolente) e non solo un concetto economico. E se è vero che, ancora Marc Augé, mette tra i «nonluoghi» anche i campi profughi dove sono parcheggiati a tempo indeterminato i rifugiati da guerre e miserie, e dice che «il nonluogo è il contrario di una dimora, di una residenza», ci aspettiamo che gli architetti (con le loro scuole, i loro ordini, le loro associazioni), trascurino per un po' i nonluoghi e dedichino un po' più del loro tempo a costruire una casa per gli uomini. Per quelli con e senza fissa dimora. Una settimana a Parma Il festival dell'architettura, che ha scelto quest'anno come titolo e tema portante «Architettura: ricchezza e povertà», presenterà 40 mostre e altrettante occasioni di incontri, dibattiti, conferenze. Le mostre spazieranno dall'India, con il grande architetto Raj Rewal e i suoi spettacolari edifici che coniugano artigianato e nuove tecnologie, ai bellissimi edifici africani che si integrano nella comunità, dai progetti dei giovani architetti cinesi che cercano di rigenerare le antiche tradizioni a Ground Zero, all'ltalia del 2011 con i progetti di trasformazione urbana, dagli edifici collettivi di inizi Novecento del tedesco Heinrich Tessenow alle periferie delle nostre metropoli di oggi nei lavori di Carlo Aymonino, Vittorio Gregotti, Mario Fiorentino. E ancora, il rapporto tra architettura e pubblicità, Goethe e il suo pensiero sullo spazio urbano nelle «Affinità elettive», i progetti d'arredo di Renzo Mongiardino, quelli urbanistici di Gareth Hoskins, la traiettoria progettuale del galiziano Cesar Portela, il Museo dell'Architettura Moderna a cielo aperto di I vrea voluto da Olivetti. A corollario workshop, presentazioni di libri, incontri, conferenze e corsi. E una giornata per Carlo Scarpa C'è anche il maestro Carlo Scarpa tra i maestri «rivendicati» dalla lettera-appello dei 35 architetti italiani di cui scriviamo qui accanto. E non poteva non esserci. Per onorare la sua opera e per fare qualcosa di concreto per preservarne la testimonianza, la Darc (Direzione per l'architettura e l'arte contemporanea dei Beni Culturali), e la Regione Veneto organizzano oggi a Roma (presso il Maxxi, via Guido Reni, 2, ore 11-19) una giornata di studio sul tema II restauro delle opere di Carlo Scarpa. La giornata verrà introdotta dagli interventi del Direttore generale per l'arte e l'architettura contemporanee, Pio Baldi e dal segretario generale della Cultura della Regione Veneto, Angelo Tabaro. Molti i contributi di studiosi e ricercatori nella mattinata, mentre nel pomeriggio si terrà una tavola rotonda.
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Bene culturale
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