«Quando lo vidi per la prima volta nella nostra sala da pranzo di Vienna, all'età di quasi 10 anni, la sua bellezza mi incantò, era l'opera d'arte più bella che avessi mai visto». Così Grete Heinz, una delle eredi del proprietario della «Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli» (1480-1485) di Jacopo del Sellaio, ricorda il dipinto che tanto sta facendo discutere. Il quadro rinascimentale, che oggi si può ammirare nella Collezione Cerruti di Rivoli, ha dietro di sé una storia tormentata perché è una tra le molte opere trafugate dai nazisti. Dopo una serie di passaggi di proprietà il quadro fu acquisito nel 1987 dal collezionista Francesco Federico Cerruti, ignaro della storia del dipinto. Oggi, grazie al Castello di Rivoli (che gestisce la collezione di Cerruti) e alla Fondazione Cerruti, gli eredi sono stati risarciti e hanno deciso di lasciarlo «a un'istituzione di tale prestigio». Partiamo dal principio. Qual è la relazione tra il dipinto e la sua famiglia? «Il dipinto faceva parte della collezione di Gustav Arens, mio nonno materno. Fu l'ultimo dipinto che acquistò nel 1936, poco prima della sua morte, alla Galerie Sanct Lucas di Vienna come opera di Raffaellino del Garbo. La sua collezione comprendeva 134 opere, tra cui numerosi quadri fiamminghi e olandesi (Ruisdael, Lukas Cranach, Pieter Claesz, Jan de Heem, Van Goyen e Cuyp) e italiani (anche Tintoretto, Jacopo Palma, Francesco Guardi). Il dipinto, a quel punto riattribuito a Jacopo del Sellaio, fu trasferito dopo la sua morte nell'appartamento dei miei genitori insieme ad altre opere, e rimase esposto nella sala da pranzo fino a quando fummo costretti a lasciare l'Austria a causa dell'espulsione da parte del governo austriaco-tedesco.» Quando accadde? «Mio padre, Friedrich Unger, nell'aprile del 1938 fu arrestato come aderente al precedente governo austriaco e come comunista, anche se non era politicamente attivo, e rimase incarcerato per due mesi. Venne liberato dalla Gestapo in cambio delle azioni di una società tessile e tutti i beni detenuti dai miei genitori in Austria furono espropriati, inclusa l'eredità di mio nonno. Fummo espulsi definitivamente dall'Austria mentre volavamo a Zurigo, il punto di partenza della nostra emigrazione. Dalla Svizzera mio padre pagò un riscatto di 100 mila franchi svizzeri per poter trasportare a Parigi il contenuto del nostro appartamento tra cui i quadri. Tra questi c'erano l'opera del Sellaio e un Tintoretto, insieme ad alcuni dipinti italiani barocchi e a un gran numero di olandesi del XVII secolo.» Quando arrivaste a Parigi cosa successe? «Ci trasferimmo a Parigi all'inizio di luglio del 1938. Il contenuto del nostro appartamento arrivò a settembre ma fu trattenuto in un deposito doganale perché non avevamo un permesso di soggiorno permanente in Francia. Nell'aprile del 1939 emigrammo negli Stati Uniti e i miei genitori cercarono di trasferire i dipinti, ma ciò non fu possibile a causa delle regole sulle esportazioni del governo di Vichy, che però riscosse le tasse di deposito per anni. Con l'entrata in guerra degli Stati Uniti non si poté fare più nulla. Rimanemmo prima a New York e poi ci trasferimmo a Berkeley, in California, dove mia sorella completò i suoi studi e io ottenni il mio dottorato di ricerca. Facemmo un resoconto completo al Dipartimento di Stato americano sulle opere d'arte perdute e molte furono recuperate dall'esercito in Austria e Baviera, alcuni nelle miniere di sale, nelle ultime fasi della guerra e dopo la sua fine. Alcune opere furono rispedite in Francia, identificate da mio padre nel 1946, e solo in quel momento capì che tutti i nostri averi, compresa la ricca biblioteca, erano stati saccheggiati dalla SS Einsatzstab Rosenberg. L'ultima opera fu restituita nel 1954, poco prima della morte di mio padre, e tutti i dipinti rimasero esposti nella casa dei miei genitori fino alla morte di mia madre, nel 1994». E per quanto riguarda l'opera di Jacopo del Sellaio? «Né il Sellaio né il Tintoretto furono restituiti, c'era qualche indicazione che la cassa contenente questi due dipinti molto grandi fosse stata separata dal resto e che avesse avuto un destino diverso dalle altre opere. Gli sforzi proseguirono con l'aiuto dell'Interpol fino agli anni Sessanta. Il governo francese li inserì nella lista ufficiale delle opere d'arte rubate dai nazisti in Francia e mia madre ricevette un piccolo risarcimento dal governo tedesco a metà degli anni 60, ma poi non ebbe più notizie. Nel 1999 Connie Lowenthal, del Lost Art Registry, l'archivio delle opere d'arte scomparse, scoprì che l'opera di Jacopo del Sellaio era stata battuta all'asta da Christie's a Londra nel 1985 (dopo essere apparsa già nel 1974 alla Galerie Fischer di Lucerna, ndr). Non fui in grado di ottenere da Christie's informazioni sull'antiquario fiorentino che se l'era aggiudicato, sapevo solo che il dipinto era stato nuovamente venduto a un uomo d'affari italiano (Francesco Federico Cerruti, ndr). Lì ci bloccammo e rinunciammo alla ricerca, poiché capimmo che per la legge italiana non avevamo alcun diritto legale. Solo nell'ottobre del 2018 siamo stati informati dall'HCPO di New York (Holocaust Claims Processing Office, Ufficio Reclami dell'Olocausto, ndr) che erano stati contattati dalla Fondazione Cerruti in merito all'opera rubata. Nel luglio del 2020 abbiamo raggiunto un accordo di risarcimento con la Fondazione, compresa la fornitura di stampe di alta qualità del dipinto per tutti noi eredi Unger». Avete ricevuto le stampe? «Sono arrivate due mesi fa. È stato un momento memorabile. Senza il Covid19 sarei già in viaggio verso Torino per poterlo ammirare dal vivo».
Corriere della Sera
6 Agosto 2020
✓ Entità verificate
Torino. Quel mio quadro in cucina portato via dai nazisti
AL
Alessandro Martini
Corriere della Sera
Grete Heinz, erede del proprietario della Madonna col Bambino, san Giovannino e due angeli (1480-1485) di Jacopo del Sellaio, racconta la storia del dipinto che tanto sta facendo discutere. Il quadro rinascimentale, che oggi si può ammirare nella Collezione Cerruti di Rivoli, è una tra le molte opere trafugate dai nazisti. Dopo una serie di passaggi di proprietà, il dipinto fu acquisito nel 1987 dal collezionista Francesco Federico Cerruti, ignaro della storia del dipinto. Oggi, grazie al Castello di Rivoli e alla Fondazione Cerruti, gli eredi sono stati risarciti e hanno deciso di lasciarlo a un'istituzione di tale prestigio.
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