Soffre l'antiquariato. Incalzata dal moderno e dal contemporaneo l'arte antica attraversa un momento difficile sia a livello nazionale sia a livello internazionale. E' vero che non ci sono problemi per i capolavori di pittori entrati nel gusto internazionale (come le due vedute veneziane di Canaletto che in luglio sono state battute da Christie's e da Sotheby's per 17 e28 milioni di euro). M aè altrettanto vero che in generale il settore presenta una situazione abbastanza complessa. Una verifica arriva daFirenze dove - dopo un vernissage di beneficenza previsto per il 29 settembre (gli introiti serviranno per restaurare uno stipo del museo degli Argenti) - dal 30 settembre al 9 ottobre si terrà la ventiquattresima edizione della Biennale internazionale dell'antiquariato. Un appuntamento «classico»: la mostra, fondata nel 1959, ha trovato sede prima a Palazzo Strozzi e ora a Palazzo Corsini, con un allestimento curato da Pierluigi Pizzi. Quest'anno partecipano ottantotto mercanti, di cui 13 stranieri in arrivo da Stati Uniti, Principato di Monaco, Francia, Spagna, Inghilterra, Svezia. E' la crema di un universo apparentemente riservato a ricchi collezionisti, alla ricerca della tabacchiera appartenuta a Napoleone o del quadro di Savoldo o della porcellana di Meissen. In realtà per l'Italia l'antiquariato ha la stessa valenza di una grande industria. Non ci sono dati sul giro d'affari complessivo. Ma, spiega Giovanni Pratesi, presidente dell'Associazione italiana antiquari e motore della manifestazione fiorentina, da uno studio risulta che solo in Toscana ci sono almeno 95 tipi di attività diverse collegate al mercato, dalle botteghe di restauro ai fotografi, le aziende sono 5700, gli addetti 30.000 e il giro d'affari complessivo è sui tre miliardi di euro. Una crisi avrebbe dunque anche ripercussioni occupazionali. E oggi, sostiene Pratesi, «in generale il mercato dell'antiquariato lan-gue... Ci sono serie difficoltà per una situazione politica che crea incertezze e paure. La clientela media, quella normale, si è completamente raffreddata. Solo i grandi collezionisti continuano ad acquistare». Ma oggi un disegno antico costa meno di un contemporaneo? «Dipende dagli autori. Un disegno di Carracci, ad esempio, può arrivare a trecento mila sterline. In generale però nel campo della grafica i prezzi dei maestri antichi superano il moderno e il contemporaneo. Ben diversa è la situazione nel campo dei dipinti dove il moderno, il Novecento raggiungono quotazioni che per l'antico sono inaccessibili». Cos'è accaduto, è cambiato il gusto, la tipologia delle abitazioni? «Sì, ci sono stati dei cambiamenti e delle riduzioni degli spazi nelle abitazioni. Più ingenerale c'è stata una modifica del gusto. Molti arredatori hanno indirizzato la clientela verso il moderno e il contemporaneo. Di conseguenza oggi gli acquirenti più che altro sono collezionisti di dipinti, oggetti, sculture. Non più di mobili, ad esempio mentre è tornata di gran moda la scultura, dopo essere stata negletta per anni. Marmi e terrecotte del periodo Barocco, del Settecento, del periodo neoclassico sono molto richieste, contrariamente a quanto avveniva in passato. Più in generale ha trovato un posto nel mercato tutta la scultura italiana realizzata fino alla prima metà dell'Ottocento. Ha una stagione for-tunatissima». E il Cinquecento? «Non si trova facilmente ma si vende facilmente. Così come i bronzetti del Seicento fiorentino. Per un motivo preciso: è entrato sul mercato il principe del Lichtenstein che possiede una raccolta molto ampia. E oggi ha ripreso ad acquistare dopo aver aperto una nuova sede a Vienna. Possiede una raccolta con opere che vanno dal Susini al Soldani Bensì. La sta ampliando. È una nuova linfa per il mercato». Oltre al principe, quanti sono i grandi collezionisti italiani? «Molti. Oggi forse il più grande, quasi di tipo rinascimentale, è l'imprenditore Luigi Koelliker. Etro, imprenditore della moda, è un altro grande collezionista, ma ce ne sono molti altri. Ci sono imprenditori che preferiscono non apparire pubblicamente. I collezionisti sono numerosi e acquistano molto anche all'estero, corrono in massa alla fiera di Maastricht». Comprano più che in Italia? «Le nostre leggi spingerebbero a comprare più all'estero. L'opera entra in Italia in temporanea importazione e può essere venduta sul mercato internazionale». Non ci sono stati cambiamenti con il codice dei beni culturali? «Il codice ha leggermente snellito le pratiche burocratiche. Fino a pochi mesi fa per ottenere il permesso di esportazione bisognava avere due approvazioni, una locale e una nazionale. Oggi l'autorizzazione può essere rilasciata dalla soprintendenza locale ma, come ieri, bisogna attendere quaranta giorni prima di spedire l'oggetto all'estero, un periodo abbastanza lungo per un collezionista». Insomma nulla è cambiato? «Onestamente ci sono stati grandi cambiamenti soprattutto per l'intervento di soprintendenti intelligenti come Paolucci o Spinosa. Conoscono il paese, sanno quali sono le mancanze dei musei e quali le opere da fermare. Non c'è più la caccia alle streghe, la notifica generalizzata per cui una sedia aveva la stessa valenza di un Raffaello. Tutto veniva bloccato. Oggi non accade».
Nel mercato degli antiquari: intervista a Giovanni Pratesi
L'antiquariato italiano sta attraversando un momento difficile a livello nazionale e internazionale. Nonostante alcuni capolavori di pittori entrino nel gusto internazionale, il settore in generale presenta una situazione complessa. La Biennale internazionale dell'antiquariato di Firenze, che si terrà dal 30 settembre al 9 ottobre, sarà un appuntamento classico per il settore. L'associazione italiana antiquari e il presidente Giovanni Pratesi sostengono che il mercato dell'antiquariato ha una valenza importante per l'Italia, con oltre 5700 aziende, 30.000 addetti e un giro d'affari complessivo di oltre 3 miliardi di euro.
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