I dipinti della Casa dei casti amanti, erano gìa imballati e pronti per essere spediti all'estero. POMPEI (Napoli) Imballati, sigillati e pronti per essere spediti all'estero. In Inghilterra, forse. Oppure negli Stati Uniti. Perché soltanto lì, a chilometri e chilometri di distanza, in un mercato ricco e privo di rigidi controlli, i «mariuoli di passo» e il loro ricettatore avrebbero potuto smerciare i tre frammenti d'affresco rubati negli scavi di Pompei. Ancora poche ore e quelle antiche gemme, riportate alla luce nella «Casa dei casti amanti», sarebbero scomparse per sempre nei bassifondi del traffico internazionale di oggetti d'arte. Chissà quale collezionista le avrebbe imprigionate nella sua cassaforte pagando la cifra fissata dalla borsa illegale dei reperti archeologici:oltre 700 mila euro per i due frammenti interi con il gallo che becca un melograno e l'amorino su fondo bianco,più un pezzo del terzo dipinto che raffigura una murena con dei pesci. Sembra che anche i ladri avessero già pattuito il compenso con il mediatore: 50 mila euro. Soltanto il caparbio lavoro dei carabinieri, dunque, è riuscito a evitare che l'ingranaggio si mettesse in moto e lo scempio venisse completato. Alle due dell'altra notte,gli affreschi sono stati ritrovati nel cantiere abbandonato di una clinica, lontano meno di 500 metri in linea d'aria dagli Scavi. Erano impacchettati e ben protetti, come un oggetto qualunque in procinto d'essere inviato a destinazione. Purtroppo, però, l'opera maldestra dei saccheggiatori ha forse sfregiato irrimediabilmente i dipinti che ornavano la «Casa dei casti amanti». «Credo che sarà molto difficile ricomporre in maniera completa U quadro pittorico spiega Pietro Giovanni Guzzo, soprintendente archeologico di Pompei . Come immaginavo, i pannelli sono danneggiati. Adesso dovremo verificare se le parti mancanti sono fra le schegge cadute sul pavimento. E,in ogni caso, sarà arduo ripristinare lo stato originario dell'affresco». L'unica consolazione, per il momento, giunge dall'ottimo lavoro compiuto dai carabinieri di Pompei, guidati dal comandante Vittorio Manzo. Hanno assolto il loro compito in un tempo record. E, soprattutto, senza lesinare sforzi. Nelle indagini sono stati coinvolti anche alcuni militari in pensione, uomini che per decenni hanno combattuto contro i «tombaroli»imparando a conoscerne trucchi e segreti. Nel giro di poche ore sono stati capaci di fare terra bruciata intorno agli autori del furto, ottenendo probabilmente da qualcuno l'indicazione del luogo in cui erano stati occultati i reperti. «Si tratta di un fabbricato abusivo che proprio noi ave vamo sequestrato nel 2000 spiega il comandante Manzo , I frammenti erano lì e, alle due di notte, siamo riusciti a recuperarli». Ci sono volute meno di ventiquattr'ore, quindi, per risolvere l'enigma. Ce ne vorranno molte di più, invece,per acciuffare i ladri e, soprattutto, per rispondere in maniera convincente ai mille interrogativi che questa vicenda ha sollevato. Ad esempio: i banditi hanno potuto contare sull'apporto di una«talpa» nascosta fra il personale degli scavi? Gli inquirenti ne sono convinti. E anche il ministro per i Beni culturali, Giuliano Urbani, ha disposto un'indagine interna al fine di «appurare eventuali responsabilità per il mancato funzionamento dei sistemi di controllo». D'altronde, aggiunge, «l'esito felice e tempestivo delle indagini nulla toglie alla gravita di un furto che ha procurato grave danno all'immagine del nostro Paese sulla scena internazionale». Ma lo stesso soprintendente Guzzo, ricordando che l'ultimo furto negli scavi era stato compiuto cinque anni fa, sottolinea: «Come allora, anche adesso si stava pensando a una riorganizzazione dei servizi di vigilanza e del lavoro interno. Evidentemente, la storia è scandita da coincidenze che fanno pensare». E, anche se la Cgil invita a «non sparare nel mucchio», l'ombra del sospetto rimane. Almeno fino a prova contraria.