ROMA Investire nella cultura. E' la parola d'ordine che il ministro Giuliano Urbani lancia dalla tribuna di un convegno organizzato in una sala dell'Auditorium di Renzo Piano per fare il punto sulle strategie e sulle opportunità aperte dalle riforme in corso. «Le risorse scarseggiano dice il ministro Ma la cultura è un bisogno primario su cui occorre indirizzare capitali e fantasia imprenditoriale. Nell'interesse di tutti. Dello Stato che mette in campo fondi insufficienti, appena lo 0,17 per cento del prodotto interno lordo. E degli imprenditori privati. Sulla cultura si regge sia il turismo che il made in Italy». Molte le nuove calamite varate per favorire quest'inversione di rotta: dalla detassazione alla nascita di fondazioni a capitale misto. Ma il contenzioso sulla devolution crea grossi intralci. Investire nella culturaStrategie, strumenti da usare e nuove opportunità. II ministro Urbani lancia la sfida con l'obiettivo di catturare le risorse che mancano in questo momento di crisi. Aprendo un dibattito con manager,esperti e finanziatori. Però, se qualcosa si muove, i nodi da sciogliere sono tanti. Tira aria di crisi. In Italia come in tutto l'Occidente. E il piatto piange, soprattutto nel settore della cultura che, nonostante il suo ruolo da prima attrice, continua a essere confinata nel palcoscenico in penombra del superfluo, il più soggetto a tagli e restrizioni che hanno ritarato i bilanci pubblici. Logico che chi occupa la cabina di regia cerchi di correre ai ripari lanciandomi in tutte le direzioni, nella speranza di catturare sul versante privato le risorse che mancano. Tra questi ami il convegno organizzato ieri in una delle sale dell'Auditorium, che ha chiamato amministratori ed esperti a confrontarsi su un titolo esplicito come una parola d'ordine o un appello pubblicitario: "Investire nella cultura. Strategie, strumenti, nuove opportunità". E' proprio il ministro Giuliano Urbani, cui il copione riserva il compito di chiudere il dibattito,a rilanciare questo slogan, e a tentare di renderne persuasivo il messaggio. «Bisogna investire in cultura spiega con foga il ministro per tre buone ragioni. La prima è che conviene. E non è una novità. Se n'erano già accorti cinquecento anni fa tanti mecenati del Rinascimento, come i Gonzaga che spesero fortune per accumulare capolavori d'arte e antiquariato. Perché? Perché quei tesori procuravano loro un biglietto d'accesso privilegiato presso la corte di Madrid, che all'epoca regolava i destini del mondo. Vantaggi e ritorni indiretti che premiano anche oggi chi orienta i suoi capitali nel settore del patrimonio artistico, pur sapendo che da un museo non otterrà certo profitti. E' vero, chiediamo collaborazione ai privati, ma non apriamo indiscriminatamente le braccia a mercanti e affaristi. Chi si fa avanti deve essere disposto a investire davvero, deve impegnarsi ad offrire agli amministratori dei Beni culturali una visione manageriale di cui sono privi e a infondere nelle nostre strutture fantasia e capacità di promozione». «La seconda ragione prosegue il ministro è perché ne abbiamo tutti bisogno. Ne ha bisogno il mio ministero cui lo Stato continua a riversare nelle casse appena lo 0,17 per cento del prodotto interno lordo, tre o quattro volte meno di paesi che pure possiedono un decimo dei nostri tesori. E ne ha bisogno l'economia italiana. Il turismo interno ed esterno che di cultura si alimenta in modo capillare. E persino il made in Italy che trae da queste stesse radici il valore aggiunto che lo caratterizza. La terza ragione è che chi è disposto a investire trova opportunità e strumenti che prima non aveva. Come la detassazione perora parziale delle donazioni e dei capitali impiegati. Come la nascita della Fondazioni, nuove strutture miste che da qualche anno regolano la vita degli Enti lirici e ora stiamo cominciando a sperimentare anche nella gestione dei musei, senza intaccare il monopolio della tutela che resterà nelle mani dei nostri soprintendenti». Largo ai privati, dunque. Ma un semaforo verde che è acceso da anni. Un invito ripetuto da tutti i fronti possibili. E' la formula magica che il mese scorso ha fatto da leitmotiv ad un assise di assessori alla cultura di enti locali di tutta Italia, in rivolta contro i tagli delle rimesse statali e gli sprechi dell'amministrazione centrale. La formula che sostenne all'inizio degli anni '90 il varo della legge Ronchey, primo esperimento concreto di coinvolgimento delle imprese private, indirizzato alla gestione dei servizi d'accoglienza dei nostri musei. In dieci anni, grazie a questo primo varco, più di cento musei in tutto il paese hanno cambiato radicalmente faccia: pubblico cresciuto di oltre il venti per cento, orari prolungati, biglietterie con prenotazione, bar e librerìe, servizi di visite guidate. Ma il business promesso non si è rivelato tale. La maggioranza delle imprese che hanno partecipato alle gare e ottenuto le concessioni stentano a raggiungere il pareggio: solo i musei più gettonati garantiscono lievi profitti, in quelli poco visitati si lavora in perdita. Alcune aziende hanno dovuto arrendersi e cedere il passo. E il settore del merchandising, su cui sì puntava tanto, non è mai decollato. Colpa di imprenditori che non hanno saputo o voluto rischiare, accontentandosi di coprire il servizio con bigiotteria e prodotti senza richiamo. Ma anche delle soprintendenze che hanno imposto vincoli e resistenze e continuato a coabitare di malocchio con le esigenze commerciali dei privati. Stranamente le testimonianze che avrebbero dovuto dar conto di questo lungo e problematico processo sono state escluse dal canovaccio del dibattito, E richiamate solo da un sintetico bilancio dell'economista Carlo Fuortes, che dirigeva i lavori. Un'assenza che ha tolto inevitabilmente spessore al convegno, incanalandolo su binari teorici e piuttosto scontati. Ma una breccia si è comunque aperta e il ventaglio di coinvolgimento dei privati si è arricchito in questi anni di esperienze e novità interessanti. Ne ha parlato l'assessore alla cultura di Torino Fiorenzo Alfieri, raccontando l'operazione avviata un anno fa per riunire sotto una fondazione,sostenuta da banche ed enti locali, tutti i musei civici. E quella incorso con lo stato per rilanciare il museo egizio di Torino. Molte cose si sono mosse anche Roma, che ha promosso esperimenti d'avanguardia come l'affidai, mento della gestione e della promozione dei musei capitolini ad un consorzio misto, la creazione di aziende speciali per gesti con nuove sinergie le sue sedi espositive. «Ma nella capitale l'incontro con privati è ancora problema aperte ha rilevato l'assessore Gianni Borgna, citando i casi di due istituzioni costose come il Teatro dell'Opera e il nuovo Auditoriurn, che si sono strutturate in cerca di partner privati che non si sono ancora fatti avanti».La lista dei nodi ancora da sciogliere che emerge dai vari interventi è lunga e allarmante. Le difficoltà nel varo dei regolamenti che servono ad attivare le normative sulle fondazioni si sommano al contenzioso aperto dai rapporti con le Regioni che rivendicano il trasferimento a tutto campo delle competenze e paralizzano con vertenze e ricorsi le riforme del ministero.