La guerra delle statue. È quella che si sta combattendo in questi giorni infuocati negli Stati Uniti. Monumenti scomodi (come quelli dedicati agli eroi confederati e suprematisti sinonimo di divisioni e razzismo) che vengono imbrattati, di cui si chiede la rimozione, che sono oggetto di violenta polemica politica. Una «guerra» che si è consumata (con modalità per fortuna diverse) anche dalle nostre parti e che continua a covare sotto la cenere. Vogliamo ricordare la statua del Bigio? L' «Era fascista», il colosso di Arturo Dazzi «allontanato» da piazza Vittoria nel 1945 e in attesa di una collocazione da anni, è solo uno degli esempi bresciani di patrimonio «dissonante»: eredità di culture politiche e sensibilità civili che non sono più in linea con l'oggi. Eredità contestate che continuano a suscitare polemiche e discussioni. Il destino ancora irrisolto della statua-simbolo della dittatura fascista a Brescia vede alcuni favorevoli alla sua ricollocazione nella posizione originale mentre per altri andrebbe «storicizzata» collocandola in un museo. Secondo altri ancora andrebbe invece dimenticata per sempre nel magazzino di Via Rose di Sotto dove si trova dopo un controverso restauro. Opinioni a volte aspramente diverse. Anni fa, fece epoca il caso della scritta fascista su un edificio di Lavenone in Valsabbia. «Noi sognamo l'Italia romana» (errore di ortografia "sognamo" sta per "sogniamo"). Era l'inizio degli anni Ottanta. Allora la giunta presieduta da un sindaco di sinistra Gianfausto Salvadori decise, dopo ampie discussioni, non solo di non distruggere la scritta, non solo di salvaguardare lo slogan ducesco, ma di costruire attorno ad esso un affresco antitetico e incaricò un artista, Adriano Grasso Caprioli, di realizzarlo. Un modo alternativo e certamente coraggioso di affrontare il tema del «dissonant heritage» portato avanti in questi anni da una associazione europea, Atrium, che si occupa proprio di valorizzare anche in chiave culturale e turistica le architetture di regime da Tirana a Forlì, da Predappio a Sofia. Nulla va demolito, ma tutto va spiegato. Guardando fuori Brescia, una esperienza innovativa in questi anni è stata condotta da Comune e Provincia autonoma di Bolzano che ha realizzato un progetto di musealizzazione del fascistissimo Arco della Vittoria, «depotenziandone» la carica simbolica legata al processo di italianizzazione forzata attuata nel ventennio da Mussolini. Oggi il ventre dell'Arco è divenuto uno spazio museale di riflessione sulle dittature del Novecento. Oltre al patrimonio materiale, fa discutere anche l'eredità immateriale di un luogo. Salò si interroga sulla possibilità di realizzare un Museo del Ventennio fascista. «Ipotesi al momento in stand by» come sottolinea il sindaco Giampiero Cipani che pensa ora piuttosto ad un revisione dell'attuale sezione del Museo civico dedicata alla Rsi. «Stiamo riflettendo e stiamo verificando alcune opportunità e progetti». Patrimoni controversi dunque nel nuovo mondo e nella vecchia Europa. Alla base di tutto il rapporto con la memoria e con la capacità di ogni epoca di rielaborare e prendere le distanze criticamente da ciò che è stato, nel bene e nel male. Unica certezza, al di là della furia iconoclasta: il passato non si spazza via. Si può mandare in frantumi una statua, non si possono cancellare le sofferenze di un popolo.