Potrebbe sembrare ingenua la decisione di assumere a tema di una manifestazione di architettura la «ricchezza» e la «povertà», come propone dal 19 al 25 Settembre la seconda edizione del Festival dell'Architettura di Parma. Il fetta stesso di discutere sulla condizione sociale nei paesi poveri del mondo è ormai estraneo al dibattito architettonico contemporaneo, e anche dal ragionamento sulle questioni dell'abitare nelle aree metropolitane dei paesi emergenti o in via di sviluppo ci si è via via allontanati. ancora più remota è la preoccupazione di interrogarsi sul fatto che l'architettura possa migliorare le condizioni del vivere nei quartieri suburbani, marginalizzati e dispersi, delle metropoli. Nell'epoca della nuova mondializzazione, il dibattito sull'architettura si è spostato, piuttosto, sulle grandi trasformazioni urbane regolate dai mercati finanziari, e sulle conseguenze sociali che quelle modificazioni comportano. Giornali e riviste specializzate mostrano le più eclettiche e stravaganti composizioni architettoniche partecipi di questo processo senza commentare quanto queste si integrino all'onnipotente commercio dell'informazione e delle merci Sempre più afasica di fronte ai conflitti e alle contraddizioni del mondo contemporaneo, l'architettura della «tarda modernità» si disperde e si rende flessibile a ogni esigenza, come accade per qualsiasi bene materiale prodotto dal mercato. Anch'essa, infatti, è coinvolta in quella che l'economista Garry Becker chiama l'«onnimercantilizzazione» e alla pari della tecnica e dell'economia ha definitivamente espulso da sé le questioni sociali. Il «Festival dell'Architettura» si annuncia ricco di appuntamenti, diversamente da quanto hanno saputo proporre quest'anno altre istituzioni ben strutturate, tra cui la Triennale di Milano con la sua «Festa dell'Architettura». Nulla da dire, quindi, sullo sforzo organizzativo rivolto a coordinare mostre, seminali, laboratori di progettazione, incontri con autori, dibattiti, visite guidate, concorsi, e quant'altro, con una formula del tutto simile a quella dello scorso anno: si offre a un pubblico «onnivoro» la maggiore quantità di proposte, tutte pronte per essere consumate con la velocità che si addice ai tempi. Forse il tema «ricchezza e povertà», scelto dagli organizzatori, poteva essere una buona occasione per selezionare meglio argomenti e iniziative, ma non possiamo che rallegrarci, del resto, per una manifestazione che parla e fe discutere di architettura in un paese dove non ne vengono promossi né la qualità né gli interessi. A inugurare le giornate del Festival sarà la lectio magistralis di Marc Augè, l'etnologo francese che con i suoi studi sull'antropologia della vita quotidiana e i «non luoghi» ha influenzato architetti e urbanisti, soprattutto italiani. Seguirà l'apertura delle mostre sull'indiano Raj Rewal, tra i protagonisti - insieme a Balkrishna Doshi e Charles Correa - dell'architettura contemporanea nel suo paese. Sarà documentato, inoltre, il lavoro del tedesco Henrich Tessenow il cui credo per le «forme semplici» influenzò molti maestri del Moderno - da Le Corbusier a Scharoun, ma soprattutto il neorazionalismo italiano che lo rivisitò storicamente dilatandone l'importanza fino a fame uno tra i tanti riferimenti «operativi» del progetto. L'accoppiamento tra Rewal e Tessenow sta a dimostrare la tesi secondo la quale «ciò che appare ricco spesso si rileva malinconicamente povero e ciò che appare povero magari scopriamo essere straordinariamente ricco» - come ha spiegato Carlo Quintelli, direttore del Festival. L'occidente globalizzato e ricco sarà presente nelle mostre «Groundzero.exe. Costruire il vuoto» e in quella titolata «Italia 2011. Grandi progetti per la trasformazione urbana». Soprattutto il confronto tra i materiali di quest'ultima rassegna e le «storie» dello studio scozzese Gareth Hoskins Architects o di quello galiziano di Cesar Portela sarà utile per misurare la distanza che ancora ci separa dalle recenti esperienze europee. Ancora più proficua sarà la visita alle due mostre sul continente africano («Architetture e luoghi dal continente africano») e su quello asiatico («Unpacking Chinese Architecture»): da un lato una area geografica afflitta dalla mancanza di risorse economiche e dall'altra un contesto dove l'esplodere della produzione industriale sta creando inediti paesaggi metropolitani Altre iniziative sulla «Comunità Concreta» di Olivetti e sulle meno esemplari vicende dell'edilizia residenziale pubblica italiana non esauriscono il denso programma del Festival che presenterà una pluralità di esperienze interessanti per tutti coloro che alla città e all'architettura guardano con spirito critico, al di là del conformismo dettato dalle mode, per capirne i significati espressi dalla loro diversità ambientale, geografica, culturale ma soprattutto economica e politica. Altri eventi all'interno del programma del Festival potranno apparire poco congrui e addirittura superflui, altri ancora del tutto estranei al tema, ma nell'insieme risulteranno funzionali a offrire al visitatore un'ampia scelta di proposte capaci di contribuire al carattere di una manifestazione che ci si augura concorri ad elevare il modesto stato