Si apre giorno dopo giorno il sipario sulla città del (quasi) dopo-Covid e via via sfumano tante aspettative che i romani si erano fatte durante la clausura. Molti avevano creduto che al ritorno avremmo trovato uno scenario urbano risanato. E' vero che il blocco delle attività ha colpito anche i dipendenti comunali ma alcuni settori (servizi irrinunciabili e manutenzione) ne sono stati parzialmente risparmiati. E rieccoci dunque alle prese con i marciapiedi sgarrupati, con gli alberi secchi per strada e nei parchi, con le panchine rotte nei giardini pubblici, con le reti arancione attorno a zone dove invece dei cantieri è cresciuta l'erba alta, segno che nessuno nel frattempo ha usato un piccone. Ecco che i cassonetti tornano ad essere strabordanti di lerciume. Con un traffico ancora limitato, voilà comunque i parcheggi tollerati in doppia fila. La nobile Valle Giulia, circondata da musei e Accademie, resta degradata come prima e tante fontane sono senz'acqua. Quelle monumentali dei due emicicli di piazza del Popolo invece di cantare gioiose note sono trasformate in giganteschi lacrimatoi, tristi gocce in silenziosa caduta. Il fontanone di piazza degli Eroi con quei miseri schizzi sembra un fontanile. Non ci aspettavamo una benefica terapia intensiva per Roma, ma un qualcosa per curarla, sì. Invece sembrano essere mancate perfino le carezze, parlando dietro metafora.