Tra maestà e pale d'altare, le nostre gallerie sono fatte di arte sacra In potenza la proposta di Eike Schmidt che mira a convincere i musei statali a restituire i dipinti alle chiese per i quali furono concepiti potrebbe essere il primum movens di una trasformazione radicale delle nostre principali gallerie, che, nella maggior parte dei casi, sono contenitori di opere nate per altri contesti, soprattutto sacri. Così la ricognizione di quanti altri capi d'opera potrebbero seguire il destino della Pala Rucellai degli Uffizi, che il direttore tedesco si dice disposto a ricollocare a Santa Maria Novella, è infinita. La sua proposta, nata sembra come alternativa a quella del sovrintendente Andrea Pessina che nei giorni scorsi aveva parlato di una politica di decentramento ipotizzando l'istituzione degli Uffizi 2 sulla scia di quanto fatto al Louvre, rimbalza nelle sale dei tre grandi musei, Uffizi, Accademia e Bargello, ma non solo. Partiamo dagli Uffizi facendoci guidare dalla memoria di Antonio Godoli, architetto delle Gallerie: le altre due Pale esposte nella sala della Rucellai, quella di Cimabue e quella di Giotto a rigore potrebbero tornare, la prima in Santa Felicita, e la seconda in Ognissanti. Secondo lo stesso criterio l'elegantissima Annunciazione di Simone Martini potrebbe far gola al Duomo di Siena. E che dire dell'Annunciazione di Leonardo che fino al 1867 si trovava nella chiesa di San Bartolomeo a Monte Oliveto o di quella di Botticelli commissionata da Benedetto di ser Francesco Guardi per la cappella di famiglia nella chiesa di Santa Maria Maddalena in borgo Pinti a Firenze? Non basta: sempre in Santa Maria Maddalena dovrebbepotrebbe tornare un'altra opera, questa volta dalla Galleria dell'Accademia. Si tratta del Santo Stefano tra i santi Jacopo e Pietro di Domenico Ghirlandaio. L'accademia per altro è ricca di pale d'altare: ci sarebbe la Trinità di Alesso Baldovinetti proveniente dalla chiesa di Santa Trinita a Firenze, e ancora la ricomposizione parziale della grandiosa pala dipinta nel 1500 da Pietro Perugino per l'altare maggiore della Chiesa dell'abbazia benedettina di Vallombrosa, raffigurante l'Assunzione della Vergine fra angeli e Dio Padre, con quattro Santi, e la Deposizione di Cristo dalla Croce proveniente dalla Chiesa della Santissima Annunziata iniziata da Filippino Lippi nella parte superiore e completata, in seguito alla morte del pittore sopraggiunta a fine 1504, dal Perugino nel 1507. E al Bargello, cosa accadrebbe? Due esempi per tutti: l'edicola in pietra e il Vescovo Benedicente attribuiti a Tino da Camaino li potrebbe rivendicare Santa Maria Novella. Le opere citate sono una piccola parte di quelle potenzialmente spostabili. Quindi si vedrà come a Firenze sarà accolta la proposta di Schmidt. Da canto suo il direttore degli Uffizi ieri ha precisato solo di voler aprire un dibattito.