Riapre lo spazio espositivo di Bolzano. Ragaglia: «La nostra sfida al classico» «C'è ancora tanto lavoro, ma ce la facciamo». Alla vigilia dell'attesa riapertura di Museion, che oggi dalle 16 alle 20 accoglie i primi visitatori dopo tre mesi di lockdown, Letizia Ragaglia interrompe i fibrillanti ritocchi all'ultima mostra che il museo di arte contemporanea di Bolzano ospita sotto il suo mandato da direttore, in scadenza domenica. «Stiamo lavorando alacremente per garantire le massime misure di sicurezza: ingresso da via Dante e uscita lato Talvera, distanze di sicurezza, accesso con la mascherina e sorveglianti - spiega la direttrice -. Il primo giorno l'ingresso è gratuito: non bisogna prenotarsi, basta venire, ma probabilmente ci sarà da aspettare per firmare l'autocertificazione». Dalla burocrazia, l'improvviso e inconsapevole salto nell'arte. «Già all'ingresso il pubblico verrà accolto da un'installazione dell'artista germanica Karin Sander di cui inauguriamo la mostra contestualmente alla ripresa di "Intermedia. Archivio di Nuova Scrittura" - prosegue Ragaglia -. Un nuovo progetto espositivo che inizia al piano terra con degli armadietti di vetro che fungono da guardaroba personale. Pensato ben prima del covid, con una moneta da un euro permette a ciascuno di appendere le sue cose nell'armadietto che poi sanificheremo». Karin Sander è un'artista che ama intervenire sulla situazione data, studiando il contesto culturale e architettonico e proponendo opere interattive con il pubblico. «Uno dei punti chiave di tutti i musei è presentare le cose, metterle in vetrina. Lei gioca con questo aspetto. Di solito l'armadietto è buio e nessuno vede cosa c'è chiuso dentro; invece qui la giacca, l'ombrello e la borsa sono in bella vista. Il progetto "Identities on Display" (identità in mostra) è un'istantanea, quasi un ritratto del pubblico, del gusto personale e anche un bel modo di accogliere le persone». I visitatori dovranno quindi salire le scale seguendo la segnaletica lungo un percorso costellato di disinfettanti gel per le mani, transitando per la collezione di Paolo Della Grazia dedicata alle ricerche tra parola e immagine e arrivando al quarto piano dove Karin Sander si è confrontata con gli spazi di Museion. «Rielaborando la piantina in una scala "uno a tre", ha fatto fare un immenso tappeto bianco, calpestabile senza scarpe o con i coprisuola, in cui è riportato "lato Talvera", "lato Dante" e le misure delle stanze - anticipa Ragaglia -. Un'opera fruibile che spinge all'assurdo le precisioni delle piantine sfruttando la strategia che Paul Klee definì "rendere visibile l'invisibile". Interviene con la carta vetrata fino a rendere lucide le pareti su cui si specchiano il tappeto e lo spazio circostante in un gioco di rimandi». In mostra anche un'altra sua opera icona: l'uovo di gallina lucidato. Un vero uovo che, sottoposto a innumerevoli sfregamenti, diventa superficie riflettente. «La mostra si intitola "Scultura" ma tutto quello che il pubblico vedrà non ha nulla a che vedere con il concetto classico di scultura - spiega la direttrice -. Museion negli ultimi anni ha voluto sondare i nuovi linguaggi della scultura contemporanea e Sander si inserisce in questa mission aggiungendo una nota femminile e dice: "questa è la mia scultura", che poi scultura non è». Come non lo è l'ultima opera, una performance più che un'installazione. Sander ha notato che un elemento di grande complessità sono le splendide facciate mediali. «Mettendo un po' in crisi il nostro tecnico ha sviluppato la coreografia per un "balletto" delle lamelle della parete a vetro vuota, di fronte alla quale gli spettatori potranno sedersi e assistere alle listarelle di metallo che si aprono e si chiudono a ritmo - conclude Ragaglia -. Giocandoci, poi, sono nate sculture tridimensionali seguendo le linee del Catinaccio, le Torri del Vajolet e le Tre cime di Lavaredo. Un omaggio a Museion che è un po' la ciliegina sulla torta con cui cedo il testimone a Bart van der Heide, che inizia la prossima settimana. Abbiamo rinunciato a una cerimonia formale perché siamo stati costretti a rivedere i nostri piani. E anche perché ora bisogna guardare al futuro».