Sulle tracce di un passato fiorente, quando la città fu punto di riferimento per la manifattura Dal tessile alla «terraglia fine», cioè la ceramica dal corpo bianco, più leggera e porosa, il passo è breve. Almeno a Mondovì. La storia del territorio monregalese è un perfetto esempio di riconversione industriale, un argomento sempre di stretta attualità, oggi come due secoli fa. All'inizio dell'Ottocento, le numerose manifatture tessili di Mondovì entrarono in crisi. Il dominio napoleonico sul Piemonte, così come i cambiamenti del mercato e dello sviluppo industriale europeo, portò a un calo della produzione, in molti chiusero, altri, però, cambiarono vocazione. Dall'Inghilterra, nello stesso periodo, si stava infatti diffondendo una diversa formula di produzione della ceramica, la «terraglia fine», dal tipico colorito latteo. L'Europa assisteva a un cambiamento anche nella moda. «L'instaurarsi in Piemonte di una borghesia importante spiega Andreina D'Agliano, presidente del Museo della Ceramica di Mondovì portò a una maggiore richiesta di stoviglie e vasellame dalle forme neoclassiche. Si riuscì a concepire una forma molto facilmente inseribile nell'arredamento d'interni, con stanze più piccole e molto graziose, abbandonando le ridondanti tavole del Settecento. Come si semplificano gli abiti, si semplifica anche la tavola». Dall'Inghilterra, la formula arrivò a Creil, in Francia, e da lì si estese sul continente arrivando prima a Savona, con manifatture importanti come quella di Jacques Boselly, e poi nel Monregalese. A onor del vero, in questa zona del Cuneese esistevano già produzioni ceramiche, sebbene di carattere artigianale, non troppo distanti da Mondovì come a Chiusa Pesio. «Mondovì prosegue Andreina D'Agliano è stata molto emblematica come esempio di chiusura, una situazione negativa, volta in positivo. Grazie all'energia dell'acqua, che già muoveva i mulini delle manifatture tessili, in molti si trasformano e avviano una produzione ceramica». Ad esempio la Manifattura Perotti, già nel 1805, o quella del savonese Benedetto Musso, che riconvertì un setificio. «Si verifica una sorta di circolo di gusto e di interesse storico-artistico per l'anrichità aggiunge la presidente del Museo che dà luogo a forme più semplici, più adatte a un'espressione in terraglia». La semplificazione di motivi e tratti non riguardò solo la ceramica, ma anche la porcellana e tutto ciò che aveva a che fare con l'arredamento d'interni. L'industria, intanto, si sviluppava in tutta la Penisola. Le manifatture monregalesi si allargarono e nacquero anche, verso la fine del secolo, veri e propri colossi come quello di Richard-Ginori, nel 1896. L'azienda fu il risultato della fusione fra il gruppo del milanese Augusto Richard, con diverse sedi in Italia, e la Manifattura Ginori, fondata nel 1735 a Doccia (Firenze). Sebbene la sede centrale della nuova azienda si trovasse in Toscana, lo stabilimento di Mondovì risultava essere uno dei più importanti del gruppo. «La produzione più importante della città diventa la terraglia racconta Andreina D'Agliano e rimane sempre la presenza di diversi artisti. Quest'anno cade il decennale del Museo della Ceramica, che a novembre aprirà una mostra sulla Richard-Ginori. Non sarà celebrata solo la storia della ceramica monregalese, ma intendiamo guardare anche allo sviluppo artistico ed economico delle manifatture italiane raccolte dalla Richard-Ginori». Del resto il museo è nato dall'eredità di Marco Levi, tra gli ultimi imprenditori a chiudere i propri stabilimenti di ceramica a Mondovì, nel 1979 (è cambiato il mercato, ora resiste solo la Manifattura Besio 1842 di Giovanni Rovea). Diretto da Christiana Fissore, il museo raccoglie in sé anche l'eredità storica di un intero territorio, che nella ceramica ha trovato il modo di reinventarsi e crescere. I ceramisti, in realtà, ci sono ancora, ma il vecchio distretto industriale è pressoché scomparso. Il museo, intanto, guarda al futuro, con eventi in piazza, approfittando della bella stagione, e l'idea di coinvolgere i cittadini e molte realtà del territorio.
Mondovì. Un'antica storia d'arte, acqua e terra
La storia di Mondovì è legata alla riconversione industriale, in particolare alla ceramica. All'inizio dell'Ottocento, le manifatture tessili entrarono in crisi, ma alcuni cambiarono vocazione e iniziarono a produrre la terraglia fine. L'Europa assisteva a un cambiamento anche nella moda, con la borghesia piemontese che richiedeva stoviglie e vasellame dalle forme neoclassiche. La terraglia fine arrivò in Piemonte attraverso l'Inghilterra e si diffuse in tutta la regione. Mondovì divenne un importante centro per la produzione di terraglia, con la Manifattura Perotti e quella di Benedetto Musso che si trasformarono in aziende ceramiche.
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