Partendo dalla definizione dell'arte come «religione laica di una comunità», Enzo d'Errico si è chiesto molto opportunamente, nel suo editoriale di ieri, perché l'arte medesima sia stata bandita da ogni discorso, «quasi che la pallida vita a cui stiamo andando incontro dopo l'esilio in casa possa farne a meno». Ebbene, a mia volta parto, per commentare e avvalorare l'osservazione di d'Errico, da un'iniziativa presa lontano da Napoli. Il prezioso Vie Festival promosso da Emilia Romagna Teatro doveva essere concluso allo Storchi di Modena, l'1 marzo scorso, da «Bajazet». Uno spettacolo firmato da quel Frank Castorf, ex direttore della Volksbühne di Berlino, che viene considerato uno dei maestri indiscussi della scena internazionale. Si tratta di un allestimento vertiginoso in cui Castorf, nel doppio ruolo di adattatore dei testi e di regista, fonde l'omonima tragedia di Racine con alcuni degli scritti fondamentali del padre del «teatro della crudeltà», Artaud, a cominciare, naturalmente, da «Il teatro e il suo doppio» e «Il teatro e la peste». Ma è stato bloccato dal Covid-19. E allora Emilia Romagna Teatro ha utilizzato parte dei fondi pubblici destinati al Festival interrotto dal coronavirus per acquistare dal produttore, il Théâtre Vidy-Lausanne , il video dello spettacolo, che metterà in rete domenica alle 16 nella pagina ERTonAIR. Perché il Napoli Teatro Festival Italia non ha pensato di fare altrettanto con qualcuno degli spettacoli di punta dell'edizione 2020 annunciata per il prossimo autunno e che assai probabilmente (se dovessero rimanere in vigore le attuali disposizioni in materia di distanziamento sociale) non si potrà svolgere o si potrà svolgere solo in maniera pesantemente approssimativa? Ma questo è solo un preambolo del discorso, concretissimo, a cui voglio arrivare. Il dato drammatico con cui dobbiamo fare i conti è che (salvo i divi, che comunque se la caveranno) migliaia di coloro i quali lavorano nel settore dello spettacolo rischiano di finire in povertà. E quindi, che cosa bisogna fare? E che cosa, in primo luogo, bisogna che facciano quei lavoratori? La prima cosa che devono fare, mi sembra perfino superfluo sottolinearlo, è cessare di piangersi addosso, e decidersi una buona volta a mettere in campo l'inventiva e, dunque, il coraggio di avanzare proposte che superino l'ottica miope dell'interesse individuale: l'inventiva serve a garantire l'uscita dalle strade vecchie per trovarne di nuove, insieme più praticabili e più produttive, mentre il coraggio serve a portare quelle proposte all'attenzione dei politici, e in particolare degli amministratori locali, con la necessaria forza, quella che solo può discendere dalla rinuncia a qualsiasi tipo di compromesso. Unicamente così potremo far partire l'«arte solidale» di cui ha parlato d'Errico. Insomma, nella situazione drammatica che oggi scontiamo occorre che si compia un miracolo: il miracolo dell'unità d'intenti fra coloro che distribuiscono i fondi pubblici ai teatranti e i teatranti medesimi. I primi debbono smetterla con la logica clientelare che quasi sempre ispira le loro scelte, orientandole verso una becera lottizzazione, e i secondi debbono smetterla di coltivare ciascuno il proprio orticello, continuando imperterriti, senza la benché minima attenzione per quanto accade al di là del proprio naso, con lo spaccio di prodotti stantii, che non aprono alcuna prospettiva e - stante l'epidemia in corso - ben presto sarà anche impossibile collocare sul mercato. Io non voglio fare a tutti i costi il bastian contrario e l'«esterofilo» in servizio permanente effettivo. Ma di recente mi è capitato di ascoltare un'allieva della scuola dello Stabile di Napoli che, nell'ambito della sezione «REclusi» del «Diario della quarantena» messo in rete dallo Stabile medesimo, interpreta (?) il Canto V dell'Inferno dantesco. La ragazza, per l'appunto, si piange addosso. E non è colpa sua. Qualcuno gliel'ha spiegato che non è possibile leggere il dramma di Paolo e Francesca nella chiave del tormento relativo alle passioni amorose? Il passo «]...] Francesca, i tuoi martìri a lagrimar mi fanno tristo e pio» significa esattamente il contrario della commozione proverbialmente presunta. Poiché il testo teorico di riferimento era per Dante la Summa theologiae di Tommaso d'Aquino: e nella Summa theologiae di Tommaso d'Aquino i termini tristitia e pietas indicano, rispettivamente, l'orrore che il cristiano prova di fronte al peccato e il terrore che induce in lui la certezza della punizione divina. Ecco, la differenza fra noi e gli altri sta semplicemente in questo: noi mettiamo in rete le lacrime e in Emilia Romagna, tanto per tornare all'iniziativa da cui sono partito, mettono in rete il video di uno spettacolo superlativo che per mano di un regista illustre costituisce, guarda un po', proprio un attacco, impietoso e lucidissimo insieme, al romanticismo di quel teatro di rappresentazione che qui a Napoli, purtroppo, conosciamo fin troppo bene. Concludo. La proposta avanzata da Enzo d'Errico, quella di utilizzare a vantaggio dei teatranti i fondi pubblici destinati ai Festival che non si possono più svolgere, avrà l'opportunità di essere realizzata solo se i teatranti saranno capaci d'intraprese volte all'innovazione: le intraprese che sarà più facile prendere in considerazione e più difficile respingere.
Arte solidale. Il coraggio delle scelte
Enzo d'Errico ha scritto un editoriale in cui sostiene che l'arte medesima sia stata bandita da ogni discorso a causa della pandemia. Per questo, ha proposto l'idea di utilizzare i fondi pubblici destinati ai Festival che non si possono più svolgere per acquistare video di spettacoli di punta e metterli in rete. Il Napoli Teatro Festival Italia non ha pensato di fare altrettanto. D'Errico sostiene che i teatranti devono smetterla con la logica clientelare e iniziare a lavorare insieme per creare un'arte solidale. Ha anche citato un esempio di un'allieva della scuola dello Stabile di Napoli che interpreta il Canto V dell'Inferno dantesco e che non si piange addosso.
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