Con Celant Emilio Isgrò è entrato letteralmente nel ventre della balena. Grazie a una pagina senza fine costellata dalle parole scritte (e cancellate) dal Moby Dick di Melville che proprio Celant aveva scelto come scenografia (sorprendente) per la grande monografica che la Fondazione Cini di Venezia aveva dedicato nell'autunno del 2019 appunto a Isgrò. Che ora ricorda con emozionato affetto il curatore. La sua dote più grande?«Cercare l'arte dentro gli artisti, non imporla, gli piaceva vederla quasi zampillare». Eppure all'inizio, quando nemmeno ventenni (e quasi coetanei) si erano conosciuti a Genova durante un dibattito (naturalmente sull'arte) in una piccola galleria d'avanguardia, non si erano forse sembrati subito così vicini, anche geograficamente: «Lui era genovese, trapiantato a Torino; io siciliano». Ma poi, con il tempo, Isgrò avrebbe scoperto «quella sua attenzione, quella sua curiosità, quella sua modestia con cui si sapeva letteralmente mettere al servizio degli artisti». Perché, se c'era una dote di Germano Celant che sembrava essere finora troppo a lungo sfuggita, era forse la sua capacità di entusiasmarsi, quella «sua passionalità ammantata di gelo», come la definisce Isgrò, che lo rendeva (insieme al suo look total black e ai suoi anelli d'argento con le grandi pietre azzurre) immediatamente riconoscibile. «Un uomo non facile, ma che sapeva studiare, vedere, girare il mondo e proprio per questo riusciva a sentire sempre il polso dell'arte»: questo il racconto di Alfredo Bianchini, presidente della Fondazione Emilio e Annabianca Vedova di Venezia di cui Celant è stato curatore artistico e scientifico (lo stesso Celant aveva poi curato la grande monografica dedicata a Vedova dal Palazzo Reale di Milano lo scorso inverno). Certo Celant sapeva anche incutere paura, ma forse accadeva ormai in modo del tutto involontario, forse era colpa di quella sua capacità (ormai universalmente riconosciuta) di grande anticipatore che sarà, almeno per ora, difficile da colmare. Incuteva rispetto Celant e sapeva che un suo giudizio poteva certo far paura o decretare l'ascesa di un nuovo artista (tra le sue recenti scoperte c'era l'americano Kaws, una passione che, confessava, «gli era arrivata dal figlio» Argento) . Eppure, conferma Mimmo Paladino (che da un lunghissimo lavoro con Celant ha prodotto nel 2017 un catalogo monstre edito da Skira), «Germano era un burbero che sapeva essere gentile, era autorevole, autoritario, lucidamente consapevole e critico, ma anche comprensivo». Paladino («L'ultima volta ci eravamo visti per la mia retrospettiva alla Galleria Stein di Milano») ricorda poi la dimensione internazionale del critico: «Il suo lavoro è stato fondamentale ma non solo per l'Arte Povera e non solo per l'arte italiana, ma di tutto il mondo». Perché Celant, assicura Paladino, aveva «un occhio lungo, che andava ben oltre il suo tempo», un occhio ancora una volta «severo ma anche comprensivo». E al pari di Emilio Isgrò, anche Paladino certifica quanto sarà «difficile» raccogliere l'eredità di questo «burbero gentile».
Corriere della Sera
30 Aprile 2020
✓ Entità verificate
Celant. Lucido anticipatore, sapeva andare oltre il tempo
ST
Stefano Bucci
Corriere della Sera
Germano Celant è stato un critico d'arte italiano noto per la sua capacità di entusiasmarsi e la sua passionalità. Ha lavorato con molti artisti, tra cui Emilio Isgrò, con cui ha condiviso un'amicizia stretta. Celant era un critico severo, ma anche comprensivo e aveva un occhio lungo che andava oltre il suo tempo. Ha lasciato un'eredità importante nell'arte italiana e mondiale. Il suo lavoro è stato fondamentale per l'Arte Povera e per l'arte italiana, ma anche per l'arte di tutto il mondo. Celant è stato un burbero gentile e un autorevole critico. La sua eredità sarà difficile da colmare.
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