Ho sempre amato le piccole librerie, le medio-piccole, le librerie medio-grandi: quelle di Roma, quelle di Parigi, quelle di Londra. Le ho amate, e continuo ad amarle, perché entrando in una libreria di queste dimensioni non dico che hai la sensazione di stare nel soggiorno di casa tua, ma non ti senti aggredito dalla quantità immensa dei libri, dal numero spropositato dei titoli sui banconi e negli scaffali, bensì rassicurato e protetto. Da cosa? Beh, innanzitutto dal fatto che, essendoci meno libri in esposizione a causa degli spazi limitati, questo significa che qualcuno (il proprietario della libreria, il direttore, un commesso) hanno fatto delle scelte - ed è già tantissimo. In secondo luogo dalla presenza dei personaggi sopra nominati che non devono correre da una parte all'altra, sembra che stiano ad aspettarti per scambiare anche due chiacchiere. O qualche opinione su un romanzo che sta andando benissimo e un altro che meriterebbe avere maggiore attenzione, e comunque «stanno lì». Infine, proprio dall'atmosfera quieta, dal profumo della carta stampata che, in quell'ambiente ristretto, non si disperde. Stanno riaprendo, le librerie! Che gioia! Qualcuno ha temuto per l'affollamento. Chi ha temuto per l'affollamento delle librerie mi ha fatto proprio ridere: ma quando mai sono state affollate le librerie? Affollate come le sale corse, i bar, i negozi di audiovisivi? Magari avessimo visto negli anni passati tutta questa folla accalcata a darsi gli strattoni per comprare Manzoni e Carofiglio! Magari! Poi mi sono venuti in mente quelli che, con grave danno dei librai, leggono i libri sul tablet o sul cellulare, e lo giustificano col seguente motivo: «Sai», dicono seri, «portarsi tutti quei libri in vacanza è un peso». Ma perché mi sono sempre morso la lingua tu in venti giorni di vacanza, mettiamo un mese, quanti libri riesci a leggere fra il sesto bagno, le due ore di abbronzatura, e la gita in pedalò? Proprio te che non ti ho mai visto con un libro in mano? Queste due categorie di lettori, i preoccupati dell'affollamento e i preoccupati del peso, andrebbero messe in cornice. Piuttosto. Alcune notti fa, nel corso di una delle mie abituali insonnie (precedenti il coronavirus, il cui repugnante logo con i fiorellini rossi, simile a una allegra torta per bambini, spero sparisca presto dagli schermi e dai giornali), invece di ripetermi i nomi di tutte le spiagge di tutte le isole greche che ho visto, o di contare le pecore come faccio sovente, arrivando spesso a oltre centomila, mi sono messo a contare quante famose librerie romane di medie dimensioni in questi ultimi anni sono sparite. È venuto fuori un elenco da paura: la libreria Einaudi di Via Veneto nella quale, da ragazzi, entravamo tremanti essendo erroneamente convinti che il severo direttore fosse il germanista Cesare Cases (chissà perché); la libreria Feltrinelli di via del Babuino col burbero direttore toscano Conticelli e al piano di sopra Nanni Balestrini, del Gruppo 63; la libreria Croce di corso Vittorio Emanuele, con Remo Croce che tutte le sere metteva almeno duecento sedie per le presentazioni (quasi sempre dei libri di Gervaso); Herder davanti a Montecitorio; la libreria Borghese vicino alla piazza, e la libreria Frattina in Via Frattina; l'elegantissima Bocca in Piazza di Spagna, nella quale a darti i consigli trovavi il poeta Elio Pecora; la mitica Rossetti, un buco, con dentro un poltrona di cuoio sulla quale non di rado trovavi Flaiano Che ecatombe! Anche perché, chissà quante ne ho dimenticate di queste librerie «umane» che hanno chiuso, sono state sostituite da negozi di borse o di scarpe o di jeans, o di cose buone da mangiare come è accaduto alla storica Waterstone di South Kensington, soppiantata da un Waitrose. Quindi, e in conclusione. Stupenda la riapertura delle librerie. E chissà se in questi tempi meno frenetici, più lenti, non si finisca per riscoprire il piacere di entrare in una di queste librerie che ho detto per esempio la Farheneit in Campo de' Fiori, o la Manzoni di Viale Parioli gestita dagli eredi dell'indimenticabile Alfredo fare un giretto e chiedere al direttore, o al commesso: «Questo libro lo ha letto? Se no che mi consiglia?».