I recensori di libri, film, arte, teatro hanno perso di peso e sono ormai diventati un pezzetto subalterno delle strategie di comunicazione. Intanto, il pubblico applaude opere che gli esperti hanno stroncato (e viceversa). I1 Festivaletteratura di Mantova ha dedicato alcuni incontri alla critica, sulla scia del felice libretto di Mario Lavagetto Eutanasia della critica (Einaudi). Al Festival di Venezia si è verificata più forte che mai la distanza tra i consensi alle opere da parte della critica e da parte del pubblico: mal accolti dai critici I giorni dell'abbandono e La bestia nel cuore, poi applauditi dal pubblico. A Santarcangelo ci si affanna a cercare spettacoli che possano attirare più pubblico (ma in questo campo è la Roma del sindaco Walter Veltroni e della sua teorìa e pratica della «festa continua» a essere all'avanguardia, con scarso riguardo per le differenze e le qualità). Ma anche a Santarcangelo (non a Roma), come a Prato, a Volterra, a Castiglioncello, si finisce per interrogarsi sulla critica teatrale e la sua crisi. E perfino nell'opera lirica si litiga attorno a questa o quell'altra ardita messinscena, per esempio attorno a quella del Barbiere di Siviglia di Luca Ronconi, l'intoccabile spendaccione di bilanci miliardari. Questo «casino» non porta lontano. I media se ne beano, ma si direbbe che gli scontri siano sfocati e pretestuosi: riguardano gli effetti vistosi di una crisi e non le sue ragioni, o i modi di uscirne. Ci si interroga più platealmente a Mantova (è meglio Alessandro Piperno o Antonio Moresco?) e più superficialmente a Venezia, dove non si sa se ci si deve scandalizzare di più per i fischi della critica (i 2.500 beceri accreditati tra i quali è difficile come altrove trovare il bandolo del gusto e dell'intelligenza e un critico decente è l'ago nel pagliaio) o per gli applausi del pubblico (i registi della selezione ufficiale, con i loro prodotti ben confezionati e prevedibili, dovrebbero forse spaventarsi ugualmente degli applausi del pubblico e dei fischi degli pseudocritici). Sono infime minoranze quelli che cercano le ragioni e le possibili vie di uscita della crisi della critica discutendo attorno a considerazioni nate a volte da riunioni e seminari voluti dai più inquieti fra i critici. È esemplare, per esempio, la presa di posizione dei giovani critici teatrali che si sono definiti «impuri» sul proprio lavoro e sulle scelte politiche assai basse che stanno provocando enormi difficoltà al miglior teatro non compiacente, quello detto di ricerca, che pure è tra i migliori oggi nel mondo: e i nomi che vengono in mente sono i soliti, Teatrino Clandestino, Albe, Kinkaleri, Raffaello Sanzio, Fanny Alexander. Invano si cercherebbe una discussione equivalente tra i critici cinematografici, divisi sempre di più in «fan-zinari» tardoadolescenti, in funzionari di enti e manifestazioni e in accademici tra i più noiosi del mondo. Le cose vanno un po' meglio in letteratura, dove qualche resistenza alle politiche editoriali e ai loro poveri leader c'è, se pure ai margini (vedi certi siti, come Nazioneindiana). Di fatto c'è ancora una certa vitalità nella letteratura e nel teatro, che non c'è nel cinema per l'ovvio motivo che questo attraversa una crisi dovunque, sconfitto dalla televisione e dal modello hollywoodiano. Tra effetti speciali per le multisale e commedie sentimentali per l'home-movie e la tv, il cinema americano ha rinunciato al cuore e al cervello e va morendo di stupidità, come l'America, di un'ubriacatura ideologica e di una perversa concentrazione del potere economico in pochi gruppi finanziari; e quattro bravi registi ostinati non fanno primavera. Ma torniamo all'Italia. Fare film sembra facile (quanti esordi, e quanti esordi dimenticati e senza seguito, in questi anni?) ma costa, fare libri è facile, e si dovrebbe anche dire: purtroppo, e facile è anche stamparli, o stamparseli. Una piccola borghesia benestante di media cultura scrive stampa diffonde legge recensisce. Un tutt'uno, o una catena di cloni. Tempo libero ce n'è sempre di più, questa è la prima risposta che viene da darsi di fronte alla invadenza della società della cultura-spettacolo, delle migliaia di festival e rassegne ed «eventi" e notti bianche gialle turchine, in cui tutti gli artisti finiscono per assommarsi e confondersi in un pastone dove distinguere destra e sinistra è diventato davvero molto difficile. I critici, in tutto questo, sono diventati un pezzetto secondario del meccanismo della comunicazione-pubblicità, hanno perso di peso e di importanza e hanno accettato di perderli. Quelli letterari sono forse i soli che si illudono di avere ancora un ruolo, e pomposamente discettano, prefazionano e postfazionano, dicono «io penso che» e si arrabbiano con chi dice «io credo che» e viceversa. Baruffe tra servi, si diceva una volta. Più i media li sviliscono e castrano, più mirano a darsi un tono da saggisti. Il pamphlet di Lavagetto di cui si parlava sopra è esauriente e convincente come ricostruzione del dibattito accademico, delle «mode critiche» dentro l'università, ma dimentica l'altra parte, quella cosiddetta militante (ora divisa solo per clan, schieramenti, sottoappartenenze), che ha una storia parallela e diversa, e non si può dire se più meschina o più seria. La crisi riguarda tutti e due i fronti, anche se in modi diversi, secondo diversi tipi di complicità. Il punto di partenza per ogni discussione sulla critica dovrebbe insomma tenere conto delle mutazioni avvenute nella società e nel mercato della cultura in questi anni, del disastro della scuola e dell'università, della degenerazione televisiva e mediatica, di un sistema della menzogna che dall'alto della politica ha pervaso ogni campo. Più che di buoni critici letterari, cinematografici, teatrali o d'arte, si ha dunque bisogno di buoni critici della società. Cioè di intellettuali che sappiano leggere il nostro presente e le sue regole palesi e nascoste secondo richieste e bisogni più grandi che quelli della affermazione personale o di gruppo. Fanno trent'anni quest'anno dalla morte di Carlo Levi e di Pier Paolo Pasolini, 20 da quella di Italo Calvino e di Elsa Morante. Chi ha preso il loro posto, e cioè: chi si confronta oggi con un coraggio, un'intelligenza, uno sforzo di capire, una irrequietezza attiva, una capacità di rischiare paragonabile alla loro? I nostri «maestri» di oggi sono di una fragilità e di una fiacchezza che non riescono a nascondere, tanto sono impari ai loro compiti, tanto è diventato difficile proporre altro da ciò che è. Il mondo è cambiato e noi ci gingilliamo in sterili battaglie, non sappiamo alzare lo sguardo al di sopra della nostra miseria. Eppure, nella povertà della cultura italiana di questi anni continuano a sorgere talenti di artisti di vero valore. Abbiamo molti artisti bravi e difettiamo di critici, di analisi, pensiero, progetto. È un bel guaio.
Panorama
16 Settembre 2005
La critica è morta
GO
Goffredo Fofi
Panorama
La crisi della critica è un problema che colpisce tutti i campi dell'arte e della cultura, dalla letteratura al teatro, dal cinema alla musica.
Artista / Persona
Bene culturale
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