Capisco la reazione degli architetti alla moda (italiani o stranieri non importa) che pensano che un appello come quello scritto da Paolo Portoghesi «per lo sviluppo in Italia della nuova architettura», e che io ho sottoscritto, possa mettere in discussione la supremazia di mercato degli architetti-artisti del formalismo globalistico che tanta fortuna procura loro. E si sa anche che qualche furbacchione approfitta dell'occasione, specie se fondata sulle fandonie, per accusare gli altri di incapacità e, nello stesso tempo, fare pubblicità ai propri prodotti: magari anche disegnando nuvole alla televisione, Qualche precisazione però va fatta. Anzitutto sono convinto che la tradizione dell'internazionalismo critico, come io lo definisco, sia uno dei fondamenti del progetto moderno (e dietro di esso dell'intera cultura europea) a cui io credo si debba guardare o comunque con il quale sarebbe almeno necessario confrontarsi. Nessuna difesa dei confini, quindi, ma internazionalismo critico è qualcosa di assai diverso dall'ideologia del globalismo dei mercati e delle tecniche, delle mutili bizzarrie e della riduzione dell'architettura all'immagine. Come in molte occasioni ho scritto, l'architettura ha un'immagine ma non è solo un'immagine. In secondo luogo chi deve essere messo sotto accusa per «l'invasione dello straniero» (che io, lavorando da cin-quant'anni in tutto il mondo, certo straniero non considero) è la struttura dei concorsi e il basso livello culturale di molte amministrazioni pubbliche e immobiliaristi privati. Anch'esse hanno qualche scusante. Scegliere uno straniero (ma anche un italiano) alla moda significa per loro accordarsi alla falsa idea che la qualità dell'architettura sia un problema di marketing e che quindi convenga premiare gli architetti che più facilmente circolano sulle riviste e in televisione. Premiare uno straniero poi significa (al di là dell'esterofilia snobistica che è da noi ben presente) anche aderire senza distanza critica alla rappresentazione omogenea della realtà indotta ed evitare di prendere posizione nelle discussioni culturali del nostro Paese; e questo per un'amministrazione pubblica o per alcune grandi società è sempre comodo. Credo invece sia un errore individuare nelle sovrintendenze l'ostacolo a uno sviluppo italiano dell'architettura. Alle sovrintendenze dobbiamo comunque moltissimo per quanto riguarda la salvaguardia del nostro patrimonio. Forse sono meno attrezzate per giudicare delle qualità delle opere moderne ma questo è un ragionamento assai diverso. Piuttosto in primo piano dovrebbe essere posta la crisi che attraversa l'insegnamento nelle facoltà di architettura italiane. Infine vi è la questione della competenza dei componenti delle giurie di molti grandi concorsi, una questione che in Italia si va ogni giorno aggravando, e che ha responsabilità tanto grandi da far sperare sovente che agli esiti dei concorsi non seguano le realizzazioni. Si veda per tutti il caso sciagurato del concorso per l'area centrale della Fiera di Milano. Tutto questo non ha nulla a che vedere con una difesa sindacale o nazionalista, che personalmente rifiuto, ma piuttosto con una storia politica e culturale che, non solo nel nostro Paese, ha scelto negli ultimi anni per l'architettura strade che certo non condivido ma che chiedo almeno di poter discutere: e sono convinto di non essere solo.