Cristina Acidini Storica dell'arte già soprintendente del Polo Museale Fiorentino Il dopo virus: i grandi musei ce la faranno, piccoli e accademie no. Vanno coordinati Fra le tante incognite che ci attendono per il «dopo», durante la graduale uscita dalle restrizioni imposte dalla pandemia, c'è la sorte dei luoghi della cultura nelle città d'arte, molto (troppo?) dipendenti dal turismo, come Firenze. L'accoglienza e le attività di questi luoghi musei, sedi espositive, ville, giardini storici riprenderanno certamente, ma è quanto mai opportuno fin d'ora chiedersi come. E avviare riflessioni condivise sulle possibili risposte. Vengono subito in mente due argomenti cruciali, la sussistenza e la fruizione: per alcuni luoghi d'arte sono interconnesse, per altri no. Introduciamo subito una distinzione, magari antipatica ma utile, fra le istituzioni che generano un introito e quelle che non lo generano, o non in misura significativa. Se i musei possono integrare i fondi pubblici con bigliettazione, merchandise e altre forme d'introito (ma anche qui ci sono delle distinzioni da fare, e ci tornerò fra poco), istituti culturali come biblioteche e accademie, per definizione, non generano reddito direttamente, anche se contribuiscono a creare e a mantenere posti di lavoro in un vasto indotto di organizzatori, restauratori, editori e quant'altro. Dovranno dunque contare come non mai sui finanziamenti pubblici per continuare a esistere, e in questo senso suscitano aspettative le anticipazioni da parte del ministro Franceschini, sulla messa a punto di un piano per sostenere la cultura nei suoi vari aspetti. C'è da confidare che la Regione, la Città metropolitana, i Comuni vogliano a loro volta considerare questo sostegno non come un optional, ma come una necessità, fra le tante che la società segnala. Anche perché nel settore privato, che generosamente contribuisce alla cultura attraverso le Fondazioni di origine bancaria, le associazioni, le imprese, gli sponsor, è possibile e sarebbe comprensibile che le priorità siano ridiscusse, e che gli interventi nel sociale mettano in secondo piano le aspettative del mondo culturale. Le antiche accademie fiorentine, intanto, hanno messo in moto un appello, che l'Aici, Associazione delle istituzioni di cultura italiane presieduta da Valdo Spini, ha accolto e diffuso, affinché siano considerati i valori che esse rappresentano, e il ruolo che hanno nella società. Si tratta di istituzioni prestigiose, fondate secoli fa, che hanno saputo attraversare il tempo sopravvivendo a guerre e calamità, ognuna fedele alla missione originaria e soprattutto capace di riformularla in armonia con l'evoluzione della società: luoghi di conoscenza e di creazione artistica super partes, depositi di esperienza, fucine del pensiero critico, e anche nodi di una rete di rapporti internazionali, che contribuiscono alla costruzione della comprensione reciproca e del dialogo culturale fra i popoli. E dunque, patrimoni immateriali da mantenere, non solo con risorse finanziarie, ma anche con agevolazioni nelle procedure e negli adempimenti dell'esistenza quotidiana. E anche per i musei d'arte, storia naturale, scienza e altro saranno necessarie attenzioni e provvedimenti. I nostri musei hanno tutti, per un aspetto o per l'altro, straordinario interesse e capacità attrattiva: ma, è inutile nasconderselo, non sono paragonabili fra loro. Un'iniziativa meritoria, che l'allora Ente Cassa di Risparmio di Firenze promosse per diversi anni di seguito, s'intitolava «Piccoli grandi musei», e univa i due aggettivi contrastanti per valorizzare proprio i musei minori, per la loro «grandezza» culturale. Come spesso accade nella storia, però, i veri drammi collettivi semplificano gli schemi complessi e cancellano le sfumature. E questo non è un episodio ben preciso, come furono la guerra del Golfo nel 1990-91 o il 9 settembre 2001 (molti di noi ricordano le sale vuote nei musei), non è un episodio che causa un crollo temporaneo di viaggi e presenze ma, a trauma superato, consente la ripartenza. Il cambiamento che ci attende condizionerà a lungo lo stile di vita, con ripercussioni durature sugli spostamenti e sulla condivisione degli spazi pubblici, oltre che sulle capacità di spesa delle famiglie e dei singoli. Dunque, alla riapertura auspicata da tanti (primo fra tutti, da Vittorio Sgarbi con la consueta veemenza), a Firenze e non soltanto sarà evidente quanto sono grandi i grandi musei, e quanto sono piccoli i piccoli. Anche se gli accessi saranno sottoposti al contingentamento e al distanziamento sociale, alla sanificazione e via elencando, colossi come Uffizi-Pitti-Boboli, la Galleria dell'Accademia, il Museo dell'Opera del Duomo o Santa Croce dispongono di ampi spazi e di attrattive planetarie e dunque potranno contare su numeri importanti di visitatori, specialmente se ci sarà una ripresa del turismo interno ed estero. Molti altri musei, medi o piccoli, o semplicemente meno visitati nonostante i tesori d'arte, di storia e di cultura che espongono, potranno invece far fatica a recuperare la loro quota di gradimento. Se questo, a grandi linee e con tutti i punti interrogativi del caso, è lo scenario del prossimo futuro, chi ha posizioni di potere e di responsabilità dovrà mettere a punto strumenti nuovi, non solo per ristabilire, per quanto possibile, un equilibrio a rischio, ma per renderlo migliore. Perché, secondo un noto luogo comune, da questo problema potrebbe nascere un'opportunità, a vantaggio di quei musei, ville, giardini e luoghi che, tra addetti ai lavori, definiamo col gioco di parole «minori-che-minori-non-sono». Abbiamo visto in queste settimane di reclusione quanto sono state utilizzate le risorse, immense, del web: ed è una strada da seguire, potenziando e disseminando il più possibile l'immagine di ogni museo e luogo culturale. Detto questo, la vera sfida futura sarà quella dell'accesso fisico. E allora si potrebbe indirizzare l'impegno collettivo a tentare, questa volta davvero, di distribuire i visitatori, come da anni si auspica e si richiede, e come mai si è riusciti a fare. Nei grandi musei infatti non potrà accedere la stessa quantità di persone, a causa del distanziamento sociale e d'altre restrizioni: è auspicabile che si allunghino gli orari d'apertura, ma non è detto, anzi è improbabile, che tutto torni subito come prima. E qui entrano in gioco i «minori-che-minori-non-sono» i quali, adeguatamente gestiti e promossi, potrebbero porsi come alternativa di qualità e attrarre quelle quote di pubblico che i colossi non potranno accogliere. Sarebbe potenziata la capacità attrattiva della città e del territorio, differenziate le mete e i percorsi. Che cosa occorre? Di primo acchito, direi investire in uno strumento informatico di programmazione ben congegnato e ben gestito, che metta tutti, ma davvero tutti, dentro un sistema interconnesso di informazioni e di prenotazioni. So che sto evocando un fantasma antico e temuto, la «cabina di regia» nel settore museale e culturale, che in tanti fingono di invocare e che tutti in cuor loro detestano, o perché gelosi della propria autonomia o perché in difficoltà, per i limiti oggettivi della struttura, a programmare e a comunicare per tempo. So che sto dando per scontata la collaborazione di tanti soggetti, a partire dai tour operator, una categoria duramente colpita e alle prese con i problemi del settore. Ma solo un'azione coordinata e tempestiva, verso un fine condiviso da tutti coloro che hanno le competenze necessarie (e a Firenze non mancano), potrà permettere di gestire un difficile «dopo», e magari stabilire migliorie permanenti. Se c'è un momento per accantonare particolarismi e competizioni, è questo. Ora.