Al Castello di Thun gli ultimi restauri a terminare sono stati quelli del Cantinone, lo spazio che si apre sotto il Loggiato dei Cannoni: qui sarà allestita la collezione di carrozze di famiglia. Dieci anni fa il Castello di Thun, in Val di Non, riapriva al pubblico alla fine di un lungo restauro, presentandosi in tutto il suo splendore. Anche se la pandemia in corso ha sospeso le celebrazioni, i festeggiamenti si terranno comunque, seppure virtuali, attraverso i social. Da casa si potrà vivere il castello attraverso racconti, video e fotografie, partecipare a contest fotografici con scatti presi nel corso di questi anni dai followers o fare visite a corte a forma di fumetti (per tutte le info: castelthun.com). «Il Thun si può considerare una meraviglia architettonica e uno scrigno di storie che si ramificano in tutta Europa»: così lo definisce Laura Dal Prà, la direttrice della rete dei cinque musei-castelli trentini, che comprende, oltre al Thun, il Buonconsiglio di Trento, il Castello di Stenico nelle Giudicarie, il Beseno nei pressi di Rovereto e il Caldes in Val di Sole. In questi dieci anni, il Thun ha visto più di 875 mila visitatori, che arrivano al milione contando chi ha partecipato al programma di eventi culturali e visitato giardini e caffetteria. E intanto, continuavano i lavori di restauro, portando alla luce scorci e spazi interni di intensa bellezza: la sacrestia, le carte da parati nel cabinet della Camera Biedermeier, oltre a una lunga serie di dipinti e sculture. In tanti ricordano gli allestimenti scenografici, come la Sala delle Guardie e la Sala degli antenati, dove campeggia una sontuosa tavola apparecchiata con porcellane e vetri d' epoca. La comunità si è appropriata di questo patrimonio dieci anni dopo la scomparsa dell'ultimo discendente dei Thun, Zdenko, passando di proprietà della Provincia Autonoma di Trento nel 1992. Ed è stato come fare un viaggio nel tempo lungo otto secoli. La mitria pastorale e la spada, simboli del potere vescovile che segnano gli ingressi, danno prova di una pagina di storia che comincia con Albertus o Albertinus nel XII sec. La famiglia deve il nome al villaggio di Ton e in origine risiedeva sul dosso di Santa Margherita, a Castelletto. Il primo documento in cui si parla dei Tono (poi Thun) si riferisce alla scorta garantita dal vescovo Corrado di Beseno a Enrico VI, figlio del Barbarossa: era il 1190. Meno di cinque secoli dopo, il primo Thun diventava principe vescovo, guida di quella scheggia di Medioevo che durerà fino a Pietro Vigilio, schiacciato dall'onda napoleonica. Il 6 marzo 1803, infine, veniva letto in Duomo il decreto che segnava l'integrazione nell'Impero asburgico del principato vescovile. Era la fine di un'epoca. La famiglia Thun ha continuato ad abitare il castello. Uno di loro, Matteo, sarà un fervente sostenitore dell'Unità d'Italia, finanziando con 7 milioni di fiorini le imprese risorgimentali. Finito in esilio, è il conte Francesco, della linea di Tetschen an der Elbe, ad acquistarlo nel 1926. E da lui al figlio Zdenko. Una storia di incredibile fascino. Non è difficile credere che l'archivio di famiglia sia di inestimabile valore. Il castello è già di per sé un manufatto tra i più riusciti, rimaneggiato più volte, fino ad assumere l'attuale inconfondibile fisionomia. Le mura alte, la porta spagnola che dà accesso al levatoio, la porta «blasonata» risalente al 1541 che porta a un porticato di 18 colonne in pietra che serviva per riparare i cannoni dalle intemperie. E poi il corpo signorile, 150 stanze affrescate e decorate, rivestite di dipinti, arredi e stemmi. Il salotto Luigi XVI, lo studio, una stanza per il gioco, una «della spinetta», la sala dei convitti. Fino alla celebre Stanza del Vescovo, rivestita in legno di cirmo, il letto a baldacchino, il soffitto a cassettoni con stemma e una stufa di maiolica. Splendore di una famiglia ricca e temuta, che aveva ibernato il suo potere per secoli su tutta la vallata e si era diramata in Europa allungando la sua influenza. Nel 1626, Cristoforo Simone, entrato a servizio dell'esercito degli Asburgo contro i Turchi e i protestanti, era stato ricompensato con terre in Boemia e con il titolo di Conte dell'Impero. «In questi anni è stato fatto un lungo lavoro per valorizzare questo patrimonio di storie e di architetture racconta la direttrice del Museo . L'emergenza coronavirus ha accelerato i progetti digitali: il futuro sarà dedicato alla multimedialità, alle esperienze sensoriali, al virtuale. Amplificheranno la bellezza del luogo».