Bellissime e fragili. Esposte al logorio del tempo e alle intemperie della modernità. Allo stress e alla follia di chi le prende di mira per farsene un vanto. Il destino delle fontane romane è di essere da sempre ammirate e compatite. Un patrimonio che può dissolversi come l'acqua che da loro zampilla. Da qui la scelta di sostituirle in alcuni casi con copie. È il caso della Navicella, la fontana del Celio presa di mira ieri da due sconosciuti, una riproduzione rinascimentale ad opera del Sansovino. È senza mistero invece il tuffo che nell'agosto del 1997 amputò la coda di uno dei tritoni della fontana dei Quattro Fiumi del Bernini, a piazza Navona. L'autore, tale Sebastiano Intini, in fuga dalla canicola estiva, se la cavò con qualche giorno di carcere, ricavandone in compenso una certa notorietà anche in campo internazionale. Soprattutto per merito del suo avvocato pronto a sostenere durante il processo celebrato per direttissima che la colpa non fu del suo assistito bensì del monumento che, testuale, «era fracico». Il 1997 fu davvero un anno nero per le Fontane. Ci andò di mezzo anche quella delle Tartarughe in Piazza Mattei, attualmente sottoposta a restauro e da sempre tra le più apprezzate e gettonate. Un ubriaco concluse la sua sbornia con un calibrato lancio di bottiglie danneggiando gravemente il monumento. Fu poi la volta del Delfino di piazza Barberini che nel 2000 (l'11 settembre, data infausta anche per le fontane) perse un pinna. Fino, e siamo ai giorni nostri, alla decapitazione di un'ape che decorava l'omonima fontana del Bernini in via Veneto. La catena di atti vandalici ha indotto il Comune di Roma a dotarsi di un apposito nucleo Decoro urbano. E inoltre di telecamere, in aggiunta al nucleo di vigili in pensione addetti alla sorveglianza. Una task-force imponente ma non ancora sufficente per arginare la dimensione urbana di una città straordinariamente complicata che non ha mai assunto l'aspetto di una megalopoli indistinta. Perché nel vandalismo di ieri e di oggi c'è anche questo: la Fontana come identità. Configurazione di una struttura urbana, storica, unitaria. Simbolo da fotografare o da colpire, senza vie di mezzo. La madre di tutti gli sfregi resta la ferità inferta alla Pietà di Michelangelo nel 1972, autore un certo Laszlo Toth. L'arma preferita resta il martello, apparso per la prima volta tra le mani di Hans Joseph Hubner nel novembre del 1969 quando nella Basilica di San Pietro venne presa di mira e gravemente danneggiata la statua di papa Pio VI. Vandalismo da ordinaria amministrazione è invece quello che da anni colpisce senza tregua le statue del Pincio e del Gianicolo. Dipinte, sfregiate, amputate, spezzate, asportate, rubate, finite all'estero ad arricchire le collezioni private. Neanche fossero fontane.