Le auto sfrecciano sulle autostrade della valle coi finestrini aperti per la calura estiva o con gli sci sul tettuccio per raggiungere d'inverno i campi di neve. Pochi badano a quei monti che, in lontananza, rivelano sulla vetta la massa bianca di un santuario. Eppure verso quelle mete, che spesso sono raggiungibili solo attraverso un percorso terminale a piedi, si muove un flusso continuo di persone che, pur nel differente abbigliamento, custodiscono nel cuore gli stessi sentimenti degli antichi pellegrini. L'espressione "Sacri Monti", in verità, per la Bibbia è ambigua. Da un lato, c'è «il monte santo, altura stupenda, gioia di tutta la terra», come canta il salmista (48,3), esaltando Sion, il colle gerosolimitano del tempio. D'altro lato, però, le "alture" sacre, in ebraico bamót, sono aspramente contestate perché esse ospitavano i santuari cananei, ove si celebravano i culti pagani immorali, nettamente condannati dalle Sacre Scritture. Questo, però, ci fa comprendere come sia universale l'idea di scegliere la vetta di un monte - che sembra toccare il cielo, considerato la residenza divina - come sede di un tempio, segno dell'incontro tra l'uomo, che proviene dalla bassura della valle, cioè dal suo limite, dalla sua oscurità e dal male, e Dio che rifulge nei cieli immacolati del suo mistero e della sua trascendenza. Si pensi solo all'Olimpo dei Greci, al monte Meru induista, al Fujiyama giapponese, al K'un-lun dei taoisti cinesi, al Qaf musulmano e così via. I famosi templi mesopotamici a gradoni, detti ziqqurat, erano l'evidente riproduzione architettonica di un monte sacro e sul loro vertice era posto un santuarietto per la divinità, sulla scia di quella concezione che è riflessa anche nel celebre sogno di Gia-cobbe: «Una scala poggiava sulla terra, mentre la sua cima raggiungeva il cielo. Ed ecco gli angeli di Dio salivano e scendevano su di essa» (Genesi 28,12). Una costellazione di santuari I Sacri Monti cristiani hanno, però, la loro maggior diffusione nel Cinque e Seicento, nel cuore della stagione che aveva registrato la frattura della Chiesa occidentale attraverso la Riforma protestante. Il loro scopo, come peraltro è attestato dalla presenza in alcuni di essi della figura di san Carlo Borromeo (pensiamo a Varallo), era dunque quello di un rilancio missionario e istituzionale della Chiesa cattolica, quasi ricorrendo a una serie di bastioni o fortezze sacre. Ma questa finalità, pur presente, non deve oscurare le altre ragioni più profonde e anche più antiche che giustificano questa costellazione di santuari posti soprattutto sui monti dell'Italia settentrionale. Ricordiamo due di queste ragioni. La prima è quella di rendere disponibile al fedele, in miniatura, l'arduo se non impossibile pellegrinaggio a Gerusalemme e ai suoi monti santi: Sion, il Calvario, ma anche il monte degli Ulivi e, in Galilea, il monte delle Beatitudini e quello della Trasfigurazione. Non per nulla uno dei più celebri santuari, quello di Varallo, si configura come una "nuova Gerusalemme", secondo quanto spiegava il suo ideatore, Bernardino Caimi: Ut hic Jerusalem videat qui peragrare nequit («perché possa vedere qui Gerusalemme chi non vi si può recare in pellegrinaggio»). I "misteri" cristiani che le cappelle di Varallo e di altri santuari, come il Calvario di Domodossola, propongono sono, così, una vera e propria riedizione dal vivo dell'esperienza vissuta da Gesù a Gerusalemme, soprattutto nella sua faticosa ascesa al colle del Golgota. La Bibbia dei poveri In tal modo, anche oggi chi ha ormai l'occhio smaliziato dagli effetti televisivi non può rimanere indifferente di fronte all'emozionante, affollata e inten-sissima scena che gli si presenta innanzi una volta entrato nella cappella della Crocifissione di Varallo. In questi santuari, infatti, si voleva offrire una sorta di catechesi visiva, di forte impatto emotivo, destinata a continuare in nuove forme la tradizionale Biblia pauperum, cioè quella Bibbia dei poveri e degli illetterati i cui fogli di pietra, di vetro, di affresco erano squadernati nelle chiese delle città e dei paesi. Si riconduceva, così, il cuore della fede cristiana entro un orizzonte che era, da un lato, quotidiano perché faceva parte della terra in cui si viveva, ma, d'altro lato, era alonato di luce perché si era sul monte santo, staccato dalla pianura ove scorrevano le strade polverose dell'esistenza feriale e lavorativa. Parlavamo di due ragioni che stanno alla radice dei Sacri Monti. La seconda è quella "devozionale" nel senso più nobile del termine. Essa ha come punto di riferimento soprattutto Maria. Segni di una fede incarnata Pensiamo, per esempio, a quella "fabbrica del Rosario" che è il Sacro Monte di Varese ove i "misteri" di questa popo-larissima pratica orante esprimono in modo fragrante la pietà di una comunità, la sua speranza, anche il realismo della sua storia e persino il suo folclore. Così accade anche a Oropa o a Crea, ove si ha un vero e proprio progetto processionale nell'accesso al santuario, e in tanti altri sacri monti noti e meno conosciuti. In realtà, attraverso il Rosario ci si raccordava alla dimensione precedentemente descritta, quella della vita di Cristo e dell'annunzio evangelico. In questa luce, anche se spesso gioielli artistici e storici, degni della tutela che a molti di essi ha assegnato l'Unesco riconoscendoli come patrimonio mondiale dell'umanità, i Sacri Monti sono soprattutto segni di una fede incarnata e come tali devono essere custoditi. Non sono, quindi, musei o mete turistiche (pur rispondendo pure a questi requisiti): essi sono espressione di preghiera, di vita, di conversione, di fiducia. Anche l'autista che corre sull'autostrada verso la vacanza potrebbe, allora, compiere una deviazione e ascendere, accanto ad altri pellegrini, su quel colle verso il santuario, nel silenzio interrotto solo dai canti e dalle orazioni. Forse sentirebbe affiorare dentro di sé quella sensazione che provava l'antico pellegrino ebreo di Sion: «Alzo gli ocelli verso i monti: da dove verrà il mio aiuto? Il mio aiuto viene dal Signore che ha fatto cielo e terra» (Salmo 121,1-2). IL RICONOSCIMENTO DELL'UNESCO Nel 2003 l'Unesco ha iscritto i Sacri Monti del Piemonte e della Lombardia nella lista del "Patrimonio mondiale dell'umanità" con questa motivazione: «La realizzazione di un'opera di architettura e di arte sacra in un paesaggio naturale, per scopi didascalici e religiosi, ha raggiunto la sua più alta espressione nei Sacri Monti dell'Italia settentrionale e ha avuto una profonda influenza sui successivi sviluppi del fenomeno nel resto d'Europa». Inoltre, aggiunge l'Unesco, «i Sacri Monti dell'Italia settentrionale rappresentano la riuscita integrazione tra architettura e belle arti in un paesaggio di notevole bellezza realizzati per ragioni religiose in un periodo critico della storia della Chiesa cattolica». Questi i nove Sacri Monti inseriti nella lista del patrimonio dell'umanità. Sacro Monte o Nuova Gerusalemme di Varallo Sesia (1486), comune di Varallo Sesia (Vercelli); Sacro Monte di Santa Maria Assunta di Serralunga di Crea (1589), comune di Ponzano Monferrato, Serra-lunga di Crea (Alessandria); Sacro Monte di San Francesco di Orta San Giulio (1590), comune di Orta San Giulio (Novara); Sacro Monte del Rosario di Varese (1598), comune di Varese; Sacro Monte della Beata Vergine di Oropa (1617), comune di Biella; Sacro Monte della Beata Vergine del Soccorso di Ossuccio (1635), comune di Corno; Sacro Monte della SS. Trinità di Ghiffa (1591), comune di Ghiffa (Verbania); Sacro Monte Calvario di Domodossola (1657), comune di Domodossola (Verbania); Sacro Monte di Belmonte, Valperga (1712), comuni di Cuorgnè, Pertusio, Prascorsano, Valperga (provincia di Torino).