Può darsi che il problema italiano sia la bulimia. Abbiamo troppe opere d'arte, troppi siti archeologici, troppi monumenti, troppe chiese, troppi palazzi, troppi musei. E - di conseguenza - pochi stimoli a valorizzarli. Negli altri Paesi - dove serve la lente d'ingrandimento per scoprire un reperto degno d'attenzione - le chiocce disposte a covarlo sono in numero esorbitante. Da noi, viceversa, domina l'indifferenza. Questo è il nocciolo del problema quando si discute di «impresa e cultura», il tema affrontato in un convegno organizzato dalla Darc (Direzione per l'architettura e l'arte contemporanea) del ministero dei Beni culturali, d'intesa con il Sistema impresa e cultura, una associazione no profit che da una decina di anni promuove il ruolo della cultura come fattore di sviluppo. Fondazioni museali, mecenatismo privato, grandi strategie aziendali: esiste oggi una via italiana per mettere in relazione imprese, cultura e territorio per il rilancio economico del Paese e al contempo promuovere una nuova socialità? E -soprattutto - esiste la possibilità di superare il vecchio concetto di sponsorizzazione per arrivare ad una vera e propria partnership fra chi produce cultura e chi produce quattrini? All'estero - dove non c'è il problema della bulimia -questo rapporto esiste, ed è strettissimo. Alla Tate Gallery di Londra ci sono cinquanta persone che lavorano al rapporto con le imprese private per valorizzare il prodotto culturale. In Italia non è così. Molti degli operatori culturali presenti al forum confessavano sottovoce che - negli ultimi anni - il rapporto è persino peggiorato. Colpa anche della congiuntura internazionale, che ha ridotto i margini di profitto delle aziende. Ma colpa anche di una mentalità non sufficientemente aperta e sensibile. In Italia, ha sottolineato il Soprintendente del Polo museale fiorentino Antonio Paolucci, «non ci sono i Getty o i Rockfeller», le grandi famiglie di capitalisti mecenati. L'unica eccezione era costituita dalla famiglia Agnelli, che però, «dopo la morte dell'avvocato, ha deciso di dismettere passandolo in pratica sotto il controllo del comune, il veneziano Palazzo Grassi, unico esempio del mecenatismo capitalista privato». Gli imprenditori cercano un ritorno immediato di immagine, quando offrono un contributo economico. Non ragionano in termini di strategia. E questo spiega perché è più facile trovare i fondi per un grande concerto rock piuttosto che per il restauro di una basilica romanica. Per la basilica, o per l'organizzazione di una mostra importante, o per una trasferta della Scala, l'intervento più frequente viene dalle fondazioni bancarie («una bellissima e provvidenziale anomalia italiana», ha sottolineato Paolucci) che, in realtà, sono «strutture semipubbliche». Per ovviare a queste inadempienze del capitale privato si potrebbe intervenire con alleggerimenti fiscali consistenti a vantaggio di chi aiuta la cultura e la sua promozione. Ma anche questo è un obiettivo non immediato, con le finanziarie che corrono, tutte all'insegna del massimo prelievo. Una novità interessante potrebbe venire da un'iniziativa relativamente nuova (ma di carattere pubblico, e non privato): l'ingresso sul mercato della Arcus. Di che si tratta? Di una società per azioni, con capitale pubblico e azionista di riferimento il ministero dei Beni Culturali. L'acronimo della sigla sta per «arte cultura spettacolo», il presidente è Mario Ciaccia, che conosce a fondo la materia, essendo stato capo di gabinetto di Giuliano Urbani, penultimo ministro dei Beni Culturali. Se questa società - ancora giovanissima - saprà inserirsi adeguatamente nel mercato, potrebbe svolgere un ruolo di locomotiva. Il ministero, con i fondi scarsi di cui dispone, riesce a malapena ad occuparsi della conservazione: figuriamoci se può occuparsi della valorizzazione del nostro patrimonio culturale e delle tante iniziative che si tenta di far decollare. Insomma: il bilancio non è molto confortante, ma qualche segnale incoraggiante si intravvede. L'importante è che anche lo Stato (e non soltanto i privati) si renda conto che l'arte e la cultura sono il principale patrimonio di cui dispone l'Italia. La bulimia, in fondo, è ricchezza. Si tratta di sfruttarla, nel modo migliore possibile.
Nel Belpaese troppa arte, nessuno vuole curarla
Il problema italiano è la bulimia, ovvero la sovrabbondanza di opere d'arte, siti archeologici, monumenti, chiese, palazzi e musei, che non vengono valorizzati a sufficienza. Ciò è dovuto a una mentalità non aperta e sensibile, e alla mancanza di mecenatismo privato. Gli imprenditori cercano un ritorno immediato di immagine, ma non ragionano in termini di strategia. Per ovviare a queste inadempienze, si potrebbe intervenire con alleggerimenti fiscali consistenti a vantaggio di chi aiuta la cultura e la sua promozione.
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