Ma chi acquista farà un concorso per scegliere l'architetto? Renzo Piano si prenderà cura del «suo» stadio. È disposto a dare al Comune -gratuitamente - il suo contributo di idee «per mantenere inalterata l'unicità dell'opera, indirizzando i futuri progettisti su un percorso che utilizzi al meglio le potenzialità della struttura». Così ha risposto l'architetto genovese all'assessore comunale allo Sport Elio Sannicandro, che gli ha scritto per informarlo della prossima vendita dello stadio San Nicola, troppo oneroso per le casse municipali. Il rischio - come abbiamo scritto in questa rubrica la scorsa settimana - è che un nuovo eventuale proprietario possa modificare lo stadio fino a privarlo di quell'enorme valore aggiunto che è la sua qualità architettonica, per la quale è riconosciuto in tutto il mondo. Proprio Elio Sannicandro racconta che mentre era a Seattle per informarsi sulla nuova maniera di concepire uno stadio, in cui la partita di calcio è solo una e nemmeno la più importate delle attività che ospita, entrato in una libreria si vide proporre una monografia sullo stadio barese di Renzo Piano, che non è il massimo di flessibilità funzionale, ma è certo un capolavoro dell'architettura contemporanea. L'assessore Sannicandro, interpellando Piano, mostra di condividere le preoccupazioni già espresse in questa rubrica. Tuttavia, anche quando arriveranno le idee di Piano, quali garanzie avrà l'Amministrazione comunale che il nuovo privato proprietario e i suoi progettisti vi si attengano? Un modo efficace -già largamente sperimentato a Berlino (Sony Headquartier) come a Milano (la nuova Fiera) - consiste nell'obbligare chi acquista a predisporre e bandire un concorso di progettazione, partecipando il Comune nella nomina della giuria. D'altra parte nessun'impresa disposta ad investire non meno di 150 milioni di euro sottovaluta la necessità di una alta qualità della progettazione. Due sono gli ordini di problemi che entrano in gioco: uno di inserimento urbanistico, l'altro di interpretazione del linguaggio architettonico. Questioni connesse, giacché il San Nicola non è uno stadio urbano ma la sua collocazione liminale, sul principio di un «cono di campagna», fa parte dell'architettura stessa, reclama spazi aperti e libertà visuali. Lo stesso Renzo Piano aveva progettato nel 1987, intorno al «cratere artificiale» su cui poggia lo Stadio, una pineta che avrebbe dovuto «proseguire superando la tangenziale (...) raggiungendo così l'abitato cittadino». Piano pensava dunque a valorizzare quelle «caratteristiche di paesaggio agricolo storicamente consolidato» che aveva riconosciute nello stesso «cuneo di campagna» dove oggi l'impresa Pizzarotti propone di costruire la cittadella della Giustizia e forse, dopo, anche il carcere. È in ragione di questi equilibri spaziali e di tali gerarchie di scala che era andata maturando l'idea di dislocare una serie di servizi accessori in «capsule» di facile spostamento e immaginiamo che nei futuri consigli di Piano ci sarà una ripresa del tema. «Sono a Bari. S'intravede un petalo del San Nicola», dice mentre corre sulla tangenziale la protagonista del romanzo di Annalucia Lomunno «Rosasospirosa», anticipando di qualche anno la sequenza del film di Alessandro Piva «Mio cognato» in cui Sergio Rubini orinando sembra spegnere le luci dello stadio by night. Astronave, rosa del deserto, conchiglia, corolla: lo stadio San Nicola produce metafore e immagini e questa è la prova della sua potenza formale. Forse la ragione sta nella energia che - sosteneva Gio Ponti -sprigiona una «forma conclusa». In questo caso, una geometria complessa in cui la matrice è un toroide piuttosto che l'ellisse della pianta. Si è detto che lo stadio barese è stato «copiato» da quello tunisino di El Menzah, costruito nel 1967. Ma la somiglianza non va oltre la suddivisione degli spalti in settori. Una soluzione analoga era già stata adottata da Gino Valle nel 1971 per il progetto (non realizzato) dello stadio di Udine, strutturato «come sommatoria e giustapposizione - scrive Pierre-Akdn Croset in una monografia di Electa - di singole unità di 800spettatori (...) un modulo che consenta una grande flessibilità di realizzazione». Oltre che un efficace controllo del pubblico per la sicurezza. È assai probabile che Renzo Piano avesse presente questo progetto di Valle quando ha concepito lo stadio. Più difficile è che ricordasse un concorso nazionale per un teatro all'aperto, che si tenne a Pescara nel 1958 e di cui riferì Pasquale Carbonara su «L'architettura. Cronache e storia», la rivista di Bruno Zevi. Eppure nel progetto vincitore (degli architetti Mariano Pallottini, Antonio Castaidi Madonna e Filippo Mariucci) c'è l'anticipazione di un aspetto fondamentale della composizione dell'organismo architettonico di Piano: la divisione degli spalti in due corpi distinti. Una prima gradinata che poggia sulle pareti del cratere artificiale e, al di sopra di essa, separata dalla terra, galleggia nel vuoto la teoria dei 22 petali di differente misura (come previsto in un altro progetto del concorso pescarese). È proprio l'idea di staccare l'edificio dal suolo, sospenderlo sulla linea dell'orizzonte quasi in un armistizio con le leggi della gravita, ciò che induce il critico francese Jean Francois Pousse a definire lo stadio barese «Il grande soffio». Una sensazione di leggerezza senz'altro amplificata dalla copertura metallica su cui si tende uno speciale telo di Teflon armato con fibre di vetro, progettato da Peter Riceper Ove Arup, il potentissimo studio di ingegneria inglese con cui Norman Foster ha realizzati la cupola di vetro del Reichstag di Berlino e Municipio sul Tamigi. Costretto per le varianti richieste dalle imprese che si aggiudicarono l'appalto a modificare il progetto iniziale, Renzo Piano ha cercato di realizzare con il cemento armato quell'effetto di leggerezza che più nitidamente avrebbe raggiunto impiegando l'acciaio come in realtà aveva previsto. Ma poiché l'architettura dev'essere giudicata solo per come si realizza, nella distanza più o meno breve che c'è tra il progetto e l'opera finita, allora ha ben diritto Pousse se vede che nello stadio di Bari «lo sforzo prominente della struttura, lo stupefacente equilibrio del cemento armato portato in altezza dalla potenza dei pilastri, fissano la metafora inevitabile dello sforzo fisico dei calciatori, si sarebbe detto ieri dei gladiatori».
(Bari) Un grande soffio sopra i gladiatori. Consigli di Renzo Piano a chi dovrà riconvertire lo stadio San Nicola.
L'assessore comunale di Bari, Elio Sannicandro, ha scritto a Renzo Piano per informarlo della prossima vendita dello stadio San Nicola, troppo oneroso per le casse municipali. Piano ha risposto che si prenderà cura del suo stadio e che è disposto a dare al Comune il suo contributo di idee per mantenere inalterata l'unicità dell'opera. Piano ha anche espresso preoccupazioni per il futuro dello stadio, che potrebbe essere modificato da un nuovo proprietario. L'assessore Sannicandro ha espresso le stesse preoccupazioni e ha chiesto a Piano di predisporre un concorso di progettazione per scegliere il nuovo progettista.
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