Cresce la polemica dopo l'appello Portoghesi-Gregotti ma tutti concordano sulla necessità di gare più trasparenti. Ma intanto le Regioni insistono con incarichi a trattativa privata. Luigi Centoia propone un rating, cinque matite come la Michelin. CorvinoMultari: «Obbligatori per tutte le opere pubbliche" La "nuova architettura" c'è già, vince concorsi, progetta in Italia e fuori: la risposta dei giovani all'appello Portoghesi-Gregotti non si è fatta attendere. Ma la strada verso l'affermazione resta difficile e non sempre lineare per i giovani di talento in un Paese che non ha mai regolamentato con trasparenza i concorsi di progettazione. E anzi spesso li ha ignorati, osteggiati, lottizzati. In un Paese in cui Governo centrale, Regioni, enti locali hanno fatto la corsa negli ultimi anni a privilegiare gli "incarichi fiduciari", affidando cioè le progettazioni a trattativa privata e sulla base della fiducia. Una fiducia che non di rado risponde a requisiti di parentela, vicinanza politica, amicizia, clientela e non contribuisce certo a creare migliore qualità progettuale né una buona architettura. Il Governo Berlusconi promosse con la legge 1612002 una modifica della legge Merloni con l'innalzamento della soglia entro cui le amministrazioni potevano aggiudicare a trattativa privata o senza trattativa, sulla base di curriculum di professionisti invitati discrezionalmente. Presto arrivò la bacchettata di Bruxelles con una procedura d'infrazione che costrinse Governo e Parlamento a fare marcia indietro, con la legge comunitaria del 2004, imponendo criterii di «non discriminazione, parità di trattamento, proporzionalità e trasparenza». Ma l'idea di Bruxelles che una competizione più trasparente garantisca anche opere pubbliche migliori proprio stenta a passare nel mondo politico italiano: ora è la volta delle Regioni a frenare, cercare scappatoie per garantirsi e garantire ai propri Comuni una fascia entro cui aggiudicare senza gara o con termini ridotti di pubblicità, massima discrezionalità di affidamento e negli inviti. La motivazione che si adduce è la flessibilità: una gara - si dice - fa perdere tempo e soldi. Pochi giorni fa è stato il Veneto ad approvare una direttiva (delibera 21192005 della Giunta) che da flessibilità (insieme, va detto, a una per i concorsi) mentre la legge del Friuli Venezia Giulia del 2002 (n. 14) è stata impugnata da Bruxelles. Intanto il Piemonte manda senza gara tutti gli incarichi sotto la soglia UE di 200mila euro, la Puglia elimina la pubblicità preventiva, la Val d'Aosta innalza la soglia fiduciaria del 20 (si veda «Edilizia e Territorio» di questa settimana). Ma il vero nodo resta quello dei concorsi. La legge sull'architettura, presentata nel luglio 2003 su proposta del presidente dell'Ordine degli Architetti, Raffaele Sirica, ristagna in Parlamento e approvarla entro fine legislatura sembra un'impresa disperata. Lì si prevede una corsia preferenziale per i concorsi e un fondo incentivi per le amministrazioni che vi fanno ricorso. Ma il fondo è solo teorico e le risorse non si vedono. La legge dovrebbe collegarsi al regolamento della legge Merloni, in via di riscrittura, che si fa più stringente sui concorsi, prevedendo, per esempio, che al vincitore del concorso sia affidato anche l'incarico. Tutto il mondo dell'architettura concorda che è il momento buono per sbloccare i concorsi. Portoghesi e Gregotti, che con il loro appello hanno comunque rilanciato il dibattito, rivolgendosi a Berlusconi e Ciampi, chiedono «una serie di provvedimenti che riducano l'inerzia dell'apparato burocratico e consentano libero accesso ai concorsi aldilà di selezioni basate esclusivamente sul lavoro già compiuto, selezioni che precludono alle nuove generazioni l'accesso agli incarichi più significativi e bloccano così il vitale ricambio generazionale». Tra i progettisti fra 30 e 50 anni, molti pensano che Portoghesi e Gregotti abbiano pesanti responsabilità se il ricambio generazionale non c'è stato. Tuttavia, sui concorsi oggi sembra esserci uno schieramento ampio. «Occorre adottare il modello francese e spagnolo, concorsi obbligatori per tutte le opere pubbliche di importo superiore a 2,5 milioni di euro», dicono Vincenzo Corvino e Giovanni Multali, architetti napoletani che hanno al proprio attivo, fra le opere realizzate, il restauro del grattacielo Pirelli a Milano. «L'altro problema serio da affrontare è l'automatismo fra concorso e affidamento dell'incarico, visto che solo il 10 dei vincitori di concorso oggi riceve l'incarico», dice Luigi Centoia che con altri sette studi romani ha creato Roma008, una rete nata per promuovere iniziative culturali e farsi soggetto progettuale. Centoia, che collabora con l'ordine degli architetti proprio sulle proposte relative alle regole per i concorsi, propone un rating dei concorsi, «cinque matite come fa la guida Michelin con le stelle». Cinque matite se l'ente ha già pronti i finanziamenti per il progetto e affida l'incarico al vincitore del concorso; quattro se affida il progetto al vincitore ma con il progetto va a cercarsi i fondi; tre se l'incarico non è sicuro; due se la giuria decide una cosa e l'ente banditore ne fa un'altra; una se non c'è nulla di tutto questo. «E poi - dice Centoia -equilibrio in giuria: non va bene né una giuria con sei accademici, né una con sei rappresentanti dell'ente appaltante».