Sul cacciamine Termoli illustrati i prossimi obiettivi di una ricerca che vede uniti dal 1998 i Ministri della difesa e dei beni culturali. Per quest'anno la Marina militare ha investito 180mila euro per il progetto PROCIDA. Il canale di Procida ancora al centro della ricerca archeologica subacquea. Artefici di una lavoro di recupero che ha dello straordinario, sia per l'impegno profuso che per le difficoltà della ricostruzione, sono gli archeologi del ministero per i Beni e le Attività Culturali e gli uomini della Marina Militare. La collaborazione non è casuale ma deriva da un accordo risalente al 1998 tra ministero della Difesa e ministero per i Beni Culturali, con la benedizione dell'allora ministro Walter Veltroni. Oggi questa collaborazione ha il vanto di mostrare i risultati ottenuti e l'occasione di ieri, al centro nel cuore del canale di Procida tra il porto procidano e quello di Acquamorta, ha visto i maggiori esponenti del progetto esporre alla stampa l'iter percorso e le prospettive di questo progetto. Scenario dell'incontro è stata la cacciamine "Termoli", nave in dotazione alla Marina Militare, solitamente usata per individuare e far brillare gli ordigni bellici sommersi. Durante il breathing con la stampa hanno preso la parola il comandante della Termoli, Massimiliano Siragusa, il contrammiraglio Federico Solari, comandante delle Forze di Contromisure Mine, il capitano Maurizio Granato ed il professore Mocchegiani, responsabile del servizio tecnico archeologico subacqueo del ministero per i Beni e le Attività Culturali. «La nostra collaborazione - ha spiegato l'ammiraglio Solari - è finalizzata alla scoperta dei numerosi siti sparsi per le acque attorno alla penisola. Le nostre attività sono completamente finanziate dalla Marina Militare e volendo fare una stima delle risorse investite dobbiamo parlare di una cifra che si aggira attorno ai 180mila euro per i quindici giorni di collaborazione di quest'anno e di un milione di euro circa per le operazioni svolte dall'inizio di questa collaborazioni». «La nostra attività - spiega il comandante Granato - nasce dalla consapevolezza che il Mediterraneo è stato il principale crocevia delle antiche linee di comunicazione e di ogni genere di commercio marittimo». L'incontro di ieri si e concluso con un'immersione nei pressi di un sito archeologico scoperto una decina di anni fa, "il complesso dei marmi". Un complesso che deve il suo nome al carico di rocchi di colonne e blocchi squadrati di marmo, ritrovati all'interno dell'imbarcazione. La nave in legno, che risale alla fine del XVIII secolo, aveva intrapreso un viaggio con i marmi a bordo, salpando da un porto flegreo. Superata la Punta di Capo Miseno, però, la stessa nave è affondata per motivi che non appaiono ancora chiari. Da allora i resti sono rimasti sul fondale, ancora in posizione di carico. Le due colonne, la cui lunghezza varia tra i 150 e 200 centimetri, e i tre blocchi di forma quadrangolare erano stati portati via da un monumento di origine romana e probabilmente erano destinati ad ornare qualche sontuosa abitazione, pratica abbastanza abituale tre secoli fa. Oltre ai marmi, il relitto ha anche conservato piatti di epoca storica, una pentola in ceramica e un treppiede in ferro, che probabilmente veniva usato a sostegno della pentola. Ma il progetto di quest'anno vede al centro dell'attenzione un'altro sito dall'interesse sicuramente maggiore. Un porto miceneo sommerso, oggi sui fondali attorno all'isolotto di Vivara, scoperto nel 1976. Durante le campagne di scavo gli archeologi hanno messo in luce sul pianoro sommitale dell'isola i resti di un insediamento all'interno dello cui abitazioni sono stati rinvenuti arredi, strumenti e oggetti di prestigio. Il dato impressionante è che, considerato che gli interventi della Marina avvengono ad una profondità superiore ai 50 metri, si è scoperto che in origine il comprensorio Vivarese si trovava addirittura ben 9 metri sul livello del mare.