UN vecchio ordito che si strina per 54 millimetri fa il rumore lieve d'un soffio. Ma diventa tuono se i fili che si strappano compongono la tela sulla quale è dipinto uno dei capolavori di Fancisco Goya y Lucientes. La sua Escena de la inquisición, prestata dal Museo del Prado alla Galleria nazionale di Berlino per una mostra, è tornata a Madrid con uno sfregio causato, probabilmente, dall'eccessivo calore delle luci che l'illuminavano. Il guasto ripropone il nodo della sicurezza e dell'integrità delle opere d'arte «costrette» a viaggiare sempre più frequentemente in un mondo nel quale la cultura si muove sulla scia della globalizzazione. «Come succede per gli umani, possiamo dividere quadri e statue in tre grandi categorie: sani, anziani autosufficienti, anziani in cattive condizioni di salute», osserva il professor Giorgio Accardo, responsabile del laboratorio di fìsica dell'Istituto Centrale di Restauro, uno dei «padri» dell'avventura che ha portato in Giappone per l'esposizione universale lo strabiliante Satiro danzante. Sono tanti i «turisti» in cornice che si spostano sulle rotte del mondo: come garantirsi che non subiscano ferite? Anche se ad alcune opere sull'orlo d'una pericolosa crisi strutturale, i viaggi sono praticamente vietati, la tecnologia, spesso, sa intervenire con aiuti formidabili in grado di far muovere pure i malati con bombola d'ossigeno. Come il Satiro danzante, appunto, fragilissimo efebo il cui bronzo sembra quasi carta velina, inviato a Nagoya con un'operazione costata 600 mila euro: adagiato in una corazza di carbonio costruita «su misura» attorno al suo magico corpo, riempita di morbidissimo polietilene e rinchiusa in una sorta di matrioska lignea di tre casse completamente climatizzate. L'Istituto Centrale di Restauro vanta altri «exploit»: sulla stessa linea di interventi tecnicamente sofisticati s'inserisce la «spedizione» dei Cavalli di San Marco e il ritorno dei Bronzi di Riace da Roma a Reggio Calabria dopo le cure. Accardo, può avanzare una spiegazione sull'incidente occorso al Goya del Prado? «Si parla di luci: non voglio generalizzare, ma sovente, nelle mostre, c'è la tendenza ad aumentarne l'intensità per mostrare al meglio l'opera. Questo significa calore accumulato durante il giorno e rilasciato durante la notte quando gli spot sono ovviamente spenti». Uno sbalzo che, in materiali igroscopici come tela o legno, può produrre choc anche irreparabili. Ma come si procede, passo per passo, in questo «gioco» di arrivi e partenze? La voce della dottoressa Carla Enrica Spantigati, soprintendente per il patrimonio storico e artistico del Piemonte: «Esistono precise condizioni di prestito che partono da una congrua polizza d'assicurazione. Quindi, la preparazione: di norma la statua o il quadro vengono imballati in una doppia cassa di legno coibentata con materiali altamente ignifughi, capace di assorbire, attraverso apposite sostanze (come il gel di silice n.d.r), urti e vibrazioni». Ed eccoci al viaggio: se il trasporto è su gomma, si utilizza un furgone «climatizzato, con sospensioni indipendenti idropneumatiche» e particolari ancoraggi. Se avviene in aereo, l'opera è posta in una stiva pressurizzata oppure, quando le dimensioni della cassa lo consentano, vola in business class con il proprio accompagnatore: su una poltrona tutta per lei. Un capitolo a parte la sicurezza: continua sia sotto l'aspetto della custodia, sia sotto quello delle condizioni ambientali dal momento in cui il «pezzo» arriva a destinazione, sino al ritorno a casa. Che cosa accade quando un'opera giunge nel luogo dove sarà esposta? Giulia Zanasi, responsabile organizzazione mostre della Fondazione Palazzo Bricherasio di Torino: «Noi non tocchiamo nulla. Spetta ai corrieri specializzati aprire il contenitore lasciando uno spiraglio di 2 centimetri perché l'opera possa ambientarsi. Dopo 24 ore la fissano alla parete seguendo le direttive impartite dal tecnico al seguito. Il tutto, è ovvio, in sale predisposte con luci appropriate e impianti che mantengano costante l'umidità». Non sono nodi piccoli: in una recente rassegna, ad esempio, si è dovuto studiare un apposito sistema per appendere adeguatamente un Raffaello. E, poi, i problemi legati alle dimensioni: un grande quadro di Guttuso che non «passava» dalle scale di quest'edifìcio storico, è stato portato al piano d'esposizione con una gru. Nonostante le assicurazioni e gli imballaggi ad altissima tecnologia, anche gli esperti d'arte, a volte, incrociano le dita