L'altra notte, di fronte a Palazzo San Giacomo, l'installazione Wolves coming del cinese Liu Rouwang è stata vandalizzata. E anche con molta forza, visto che gli animali circa trecento chili ciascuno sono stati spostati. Homo homini lupus secondo Hobbes (l'uomo è lupo per l'uomo), ma anche homo lupo lupus (l'uomo è lupo per il lupo). Soprattutto quando si tratta di lupi-sculture di ferro in una piazza di Napoli. È successo l'altra notte, di fronte a Palazzo San Giacomo, dove l'installazione natalizia Wolves coming del cinese Liu Rouwang è stata vandalizzata. E anche con molta forza, visto che gli animali un centinaio di esemplari di circa trecento chili ciascuno sono stati spostati, dalla posizione centripeta verso il cacciatore, in una fila indiana. E ad alcuni esemplari è stato macchiato il muso con venice rosso sangue. Quello dei napoletani con l'arte pubblica e non solo con l'arte è un rapporto contrastato: ciò che non appartiene esclusivamente può deperire. E questo quando si tratta di arredi, panchine, muri, lampioni etc. Figuriamoci per le opere d'arte «incistate» nel tessuto urbano. Esempio: la stampa internazionale definisce la Metropolitana dell'arte tra le più belle del mondo, i vandali local attentano più volte alla sua integrità. È toccato nel 2015 a lla fermata di Salvator Rosa dove opere di Renato Barisani, Augusto Perez, Lucio Del Pezzo, Nino Longobardi, Riccardo Dalisi, Alex Mocika, Ugo Marano inserite dal progettista Alessandro Mendini, furono oggetto di vandalismi (oltre che di un certo perenne abbandono). E la stessa sorte si abbattè sulla stazione di Toledo firmata da Tusquets Blanca e designata dal «The Daily Telegraph» addirittura la più bella del mondo (furono spaccati i vetri degli oblò in superficie). Da un certo punto di vista si potrebbe dire che questa incomprensione, per usare un eufemismo, risale all'alba delle installazioni in piazza, al cosiddetto rinascimento bassoliniano che vide sorgere in piazza del Plebiscito la Montagna di Sale di Mimmo Paladino. A quella improvvisa novità, i napoletani reagirono in mille modi, staccando il sale e portandoselo a casa o arrampicandosi e saltandoci sopra come fosse un parkour. Senonché quell'interazione, talvolta stupefatta e piena di poesia, faceva parte del gioco e, in parte, dell'intenzione dell'artista. Dopo i cavalli di Paladino toccò alle capuzzelle di Rebecca Horn, lisciate con affetto ma anche asportate come benefico totem casalingo. Non se la passò meglio la Spirale di Richard Serra che, per atavica mancanza di servi pubblici, divenne al suo interno una vera toilette. E così via, fino agli orgogliosi lupi ispirati all'hirpus di Cervinara.